La Toscana alla sfida dell'innovazione (immagine creata con il contributo dell'intelligenza artificiale)
La Toscana ha cominciato a prendere coscienza del proprio declino industriale. Un anno dopo il primo Manifesto per la reindustrializzazione, Marco Buti, Stefano Casini Benvenuti e Alessandro Petretto rivendicano di aver contribuito a portare il problema al centro del dibattito regionale. E riconoscono i primi segnali di cambiamento: la commissione consiliare bipartisan dedicata al rilancio industriale e il recente piano della Regione da 110 milioni di euro. Ma è soltanto l’inizio. Le risorse sono limitate, la loro distribuzione su nove misure rischia di disperderne l’efficacia e alcuni interventi, come quelli destinati a turismo e commercio, appaiono poco coerenti con l’obiettivo della reindustrializzazione.
T24 ha riunito i tre economisti per un Forum sul futuro produttivo della Toscana, a circa un mese dalla pubblicazione del secondo Manifesto. Ne è nato un confronto che guarda soprattutto alle scelte da compiere nei prossimi mesi: dalla nuova programmazione europea alle opportunità dell’aerospazio e della sicurezza, dalla riconversione di Piombino alla diffusione dell’intelligenza artificiale nelle imprese.
Un anno dopo il primo Manifesto, che cosa è cambiato nella politica industriale della Toscana?
Marco Buti: «Abbiamo vinto la battaglia culturale. Un anno fa il tema della reindustrializzazione praticamente non esisteva nel dibattito regionale, mentre oggi è diventato centrale. Cominciamo a vedere anche piccoli movimenti nella direzione giusta, anche se naturalmente c’è ancora parecchio da fare».
Alessandro Petretto: «Ci sono segnali di una maggiore consapevolezza da parte della Regione. Penso, per esempio, alla costituzione della commissione consiliare bipartisan. Il Consiglio regionale è una sede diversa dalla Giunta e può consentire uno sguardo più lungo. La politica industriale non si può fare come la legge di bilancio, ragionando anno per anno. Richiede una prospettiva di lungo periodo».
Stefano Casini Benvenuti: «Anche la Regione ha cominciato a parlare di reindustrializzazione. Il termine è entrato nel dibattito generale, lo ritroviamo anche nelle posizioni dei sindacati. È un passaggio importante, perché il problema riguarda direttamente la qualità della nostra economia. Il calo dei salari è legato anche alla crescita di un terziario povero, che ha progressivamente sostituito attività industriali a maggiore valore aggiunto».
La Regione ha appena presentato un piano da 110 milioni per la reindustrializzazione e il sostegno alle imprese. È la politica industriale selettiva che chiedevate?
Petretto: «Ci sembra rilevante che queste misure siano state adottate e possono essere efficaci, anche se le risorse sono insufficienti. Il punto è capire se rappresentino un ponte verso una strategia più generale, legata alla nuova programmazione europea. Se servono soltanto a tamponare le difficoltà attuali, il loro effetto sarà limitato. Devono invece essere un passaggio verso qualcosa di più importante».
Buti: «Ci sono alcuni elementi che vanno nella direzione giusta. Il riferimento all’intelligenza artificiale, per esempio, è fondamentale: oggi è una condizione di competitività. Positivo anche il focus sulla promozione di strumenti di finanza non tradizionale. Però vedo un rischio, che in parte si sta già manifestando: distribuire 110-120 milioni di risorse residue su nove misure diverse può portare a una dispersione che bisognerebbe evitare».
«Manca inoltre un utilizzo più deciso degli acquisti pubblici come strumento di promozione dell’innovazione tecnologica, anche in un settore come la sanità. Più in generale, e questo vale per tutti i livelli istituzionali, occorre mettere in sinergia le risorse finanziarie, il potere normativo e la capacità di coordinamento della Regione. Questi tre strumenti devono essere ben allineati».
Casini Benvenuti: «L’aspetto positivo è l’interesse che finalmente si manifesta verso il problema. Quello negativo è che le risorse sono limitate. Ma sarebbe sbagliata l’idea stessa di affrontare la reindustrializzazione soltanto attraverso i finanziamenti. Bisogna mettere insieme tutto ciò che abbiamo a disposizione: i rapporti con le grandi imprese, con i capofila delle filiere, il sistema della ricerca e dell’innovazione. Molte di queste iniziative non richiedono necessariamente nuove risorse, ma capacità di coordinamento. Se questo è il primo passo va bene, ma è soltanto un primo passo».

E quali sono gli aspetti del piano regionale che vi convincono meno?
Casini Benvenuti: «Ci sono misure per il turismo e i centri commerciali naturali, che poco hanno a che vedere con la reindustrializzazione. Tuttaltro. Il commercio non traina l’economia industriale, semmai è trainato dall’industria. Il turismo genera reddito, naturalmente, ma sappiamo che uno dei problemi più rilevanti degli ultimi anni in Toscana è stato il calo dei salari, dovuto anche al fatto che la nostra economia si è orientata verso settori che pagano retribuzioni più basse, come il turismo».
«C’è poi il tema della nascita di nuove imprese. Dovremmo riflettere sulle politiche per le startup, perché veniamo da un passato che non ha prodotto grandi successi. Se vogliamo favorire un processo di “distruzione creatrice”, devono nascere nuove imprese, oppure dobbiamo riuscire ad attrarne dall’esterno. Su questo occorre concentrare maggiore attenzione».
Petretto: «Avrei voluto vedere una maggiore attenzione alla riorganizzazione dimensionale delle imprese, anche per metterle nelle condizioni di intercettare forme di finanziamento diverse da quelle tradizionali. La dimensione aziendale è un problema strutturale della Toscana e va affrontato se vogliamo sostenere investimenti e innovazione».
Buti: «C’è un’esperienza positiva che potrebbe essere estesa: il protocollo firmato dalla Regione Toscana con Confindustria per attrarre investimenti esteri. Uno strumento del genere potrebbe essere allargato per favorire la cooperazione tra piccole e grandi imprese, che è fondamentale per il trasferimento tecnologico. Ci sono già buone pratiche che dovrebbero essere generalizzate».
Avete parlato di un ponte verso la nuova programmazione europea. Ma la Toscana che cosa deve fare, concretamente, e con quali tempi?
Buti: «Il nuovo quadro finanziario pluriennale europeo è in discussione proprio in queste settimane. L’obiettivo è arrivare a un confronto tra i capi di governo a metà novembre e poi a ulteriori decisioni entro la fine dell’anno. La prospettiva è quella di un accordo che consenta di avviare successivamente le procedure nazionali».
«Ai Paesi sarà chiesto di presentare proposte nazionali con declinazioni regionali. Per evitare che le Regioni rimangano a traino delle decisioni prese a livello nazionale, è necessario che la Toscana presenti al Governo il proprio piano il prima possibile, cercando di influenzare le priorità nazionali. Bisognerebbe arrivare a definire le priorità toscane prima delle elezioni politiche».
«La sicurezza, la possibilità di costruire un hub energetico nazionale, le energie rinnovabili: sono temi che devono essere messi sul tavolo rapidamente. Questo permetterebbe alla Toscana non soltanto di influenzare le priorità nazionali, ma anche di attrezzarsi per intercettare quelle risorse europee che non saranno assegnate in partenza e dipenderanno dalla qualità dei progetti presentati».
Petretto: «La Regione deve riformulare i propri programmi di sviluppo, riorientandoli verso queste nuove priorità. In Europa non possiamo presentarci con libri dei sogni, come troppo spesso sono stati in passato i programmi regionali. Occorrono progetti concreti e una struttura della programmazione coerente con gli obiettivi industriali».
Buti: «La nuova programmazione sarà sempre più legata ai risultati, come è avvenuto con il Pnrr. La Regione deve attrezzarsi con un approccio metodologico e istituzionale che sappia trarre le lezioni di quell’esperienza. È un’opportunità enorme per la Toscana, se saprà muoversi rapidamente».
Casini Benvenuti: «Serve un programma regionale di sviluppo più concreto, che punti al rilancio dell’economia e della crescita attraverso il rafforzamento dell’industria e del terziario avanzato. Bisogna mettere insieme gli strumenti già disponibili. Pensiamo alla sanità: la Regione spende circa otto miliardi di euro in questo settore. È una leva strategica, soprattutto in una regione che ha una presenza importante nella farmaceutica e nelle scienze della vita, con università e centri di ricerca di eccellenza come la Scuola Sant’Anna. Si può orientare una parte di questa capacità di spesa verso obiettivi di innovazione, utilizzando meglio risorse che già esistono».
Nel nuovo Manifesto indicate difesa e sicurezza come opportunità industriali. Può diventare una nuova specializzazione per la Toscana?
Petretto: «La questione cruciale è che gli investimenti in armamenti e sistemi per la difesa possono avere un contenuto di innovazione tecnologica molto elevato. È una strada per introdurre elementi di assoluta novità, soprattutto in campi come quello spaziale».
Buti: «La letteratura economica dimostra che la spesa militare tradizionale ha ritorni economici relativamente bassi rispetto ad altre forme di spesa. Ma i nuovi investimenti nella difesa sono molto più intensivi in innovazione tecnologica e possono avere applicazioni “dual use”, civili e militari, con effetti importanti sulla produttività».
«C’è, per esempio, la proposta di Leonardo per un distretto aerospaziale in Toscana. Altre Regioni si stanno muovendo in questo momento. Se non ci sbrighiamo a creare le condizioni per lanciare il distretto, rischiamo di perdere questa opportunità».
Casini Benvenuti: «Noi utilizziamo il termine sicurezza in un senso più ampio, non limitato alla difesa. Sicurezza significa anche approvvigionamenti. In questo clima geopolitico uno dei rischi maggiori è che le forniture non arrivino, che si interrompano le catene produttive. Pensiamo, per esempio, al settore farmaceutico, molto importante in Toscana, che importa una quantità significativa di prodotti e componenti da aree del mondo che potrebbero non essere sicure. Anche questa è una questione di politica industriale».
Avete proposto Piombino come possibile Area di Accelerazione Industriale europea. È una strada percorribile anche alla luce delle difficoltà che sta incontrando il progetto Metinvest?
Buti: «Se guardiamo alla proposta di regolamento che la Commissione europea ha messo sul tavolo e che è in discussione con gli Stati membri e il Parlamento europeo, la filiera siderurgica rappresenta una candidata naturale, soprattutto per il tema della decarbonizzazione. Se ci sono altre possibilità, benissimo».
«I problemi attuali rendono la situazione più complicata da affrontare, ma allo stesso tempo fanno emergere ancora di più i vantaggi di un’Area di Accelerazione Industriale: semplificazione delle procedure, sportello unico, accesso privilegiato ai fondi. Potrebbe essere uno strumento per contribuire a superare le difficoltà attuali».
Petretto: «Piombino ci sembra particolarmente interessante proprio perché il progetto ha anche un importante contenuto ambientale, legato alla transizione verso una siderurgia più sostenibile».
Casini Benvenuti: «La nostra è anche una provocazione: quali strumenti possiamo utilizzare per rilanciare l’industria toscana? Cerchiamo di anticipare i problemi del futuro, di mettere la testa su quello che verrà. Bisogna occuparsene. Se l’area di Piombino non dovesse essere adatta, cerchiamone un’altra. L’importante è cominciare a utilizzare questi strumenti».
Un’ultima questione: l’intelligenza artificiale non dovrebbe essere un elemento trasversale di tutta la politica industriale, anziché una singola misura?
Buti: «È vero. Ci sono evidenze che mostrano come in Toscana l’intelligenza artificiale sia ancora poco incorporata nei processi produttivi e venga utilizzata soprattutto in fasi a minore valore aggiunto. L’approccio corretto sarebbe considerarla un elemento pervasivo, presente nei diversi capitoli della politica industriale. Probabilmente sarà più agevole farlo con una programmazione di medio termine che attraverso l’utilizzo di questi fondi residui».
Casini Benvenuti: «Vedo un impegno sul versante della formazione per l’intelligenza artificiale, ed è positivo. Ma se il nostro sistema produttivo continua a orientarsi verso il terziario povero, l’intelligenza artificiale rimarrà inevitabilmente marginale».
«Prima ancora della tecnologia, dobbiamo favorire il rinnovamento delle imprese e l’ingresso di nuove generazioni di imprenditori. È difficile immaginare che un processo innovativo di questa portata possa entrare facilmente in un sistema nel quale l’età media è intorno ai cinquant’anni. La trasformazione tecnologica richiede anche una trasformazione del nostro tessuto imprenditoriale».
