Taranto si spegne. La decisione della Cassazione segna l’epilogo di una vicenda industriale drammatica, nella quale l’Italia non è riuscita a conciliare la tutela della salute e dell’ambiente con la salvaguardia di una produzione strategica. Si potrebbe recriminare sul fatto che l’epilogo sia stato determinato non da ragioni economiche o da una scelta di politica industriale, ma da una decisione giudiziaria. Qui, però, ci interessa il punto d’arrivo: con la fine dell’area a caldo dell’ex Ilva, il Paese rischia di perdere il suo principale polo siderurgico a ciclo integrale. E non è una questione che riguarda soltanto Taranto.
Il presidente di Federmeccanica, Simone Bettini, ha spiegato a Class Cnbc perché la chiusura di Taranto rappresenterebbe un problema per l’intera manifattura italiana. «Se il costo dell’acciaio salirà di alcune centinaia di euro a tonnellata molte aziende si vedranno costrette a delocalizzare o a ridimensionare gli stabilimenti in Italia». Il rischio, ha avvertito, è di trasferire le produzioni nei Paesi dove è disponibile la materia prima, per poi importare in Italia i prodotti finiti.
È una questione di competitività delle filiere industriali a valle, ma anche di sovranità produttiva. L’Italia continuerà a produrre acciaio nei numerosi stabilimenti che utilizzano forni elettrici, ma perderà il suo principale polo siderurgico a ciclo integrale, accrescendo la dipendenza dall’estero per produzioni fondamentali. «Non ci possiamo permettere di rimanere senza acciaio», ha concluso Bettini.
Proprio mentre Taranto si spegne, a Piombino esiste un progetto industriale che potrebbe contribuire a rafforzare la capacità siderurgica italiana. È la nuova acciaieria Metinvest-Danieli: un investimento previsto di 3,2 miliardi di euro, con tecnologie elettriche a basse emissioni e una capacità di 2,7 milioni di tonnellate annue di acciai piani laminati a caldo.
Non è un progetto da inventare. È stato riconosciuto di interesse strategico nazionale, è sostenuto da un accordo di programma e prevede 285 milioni di euro di agevolazioni pubbliche. Ma oggi rischia di naufragare per le difficoltà finanziarie del gruppo ucraino Metinvest, che sta cercando nuovi investitori e potrebbe ridurre o cedere la propria partecipazione.
Un interesse è stato manifestato da Jsw, già presente a Piombino. Il presidente Marco Carrai ha ribadito la disponibilità del gruppo a investire qualora Metinvest non procedesse. Non c’è ancora un accordo definito, ma è un segnale significativo: il progetto incontra difficoltà finanziarie, non la mancanza di interesse industriale.
Piombino non potrebbe sostituire integralmente Taranto: tecnologie e produzioni sono differenti. Ma potrebbe contribuire a ridurre la dipendenza italiana dall’estero per gli acciai piani, indispensabili a numerose filiere manifatturiere. E questo, dopo la crisi dell’ex Ilva, rende ancora più importante la realizzazione dell’investimento.
Occorre allora cambiare prospettiva. La nuova acciaieria non è soltanto una speranza occupazionale per Piombino, ma una possibile risposta a un’esigenza strategica dell’industria italiana.
La politica si metta pancia a terra. Tutta, senza distinzioni di bandiera: tra meno di un anno si vota e alle forze politiche sarà chiesto conto di cosa hanno o non hanno fatto.
Governo, Regione e istituzioni locali devono lavorare insieme per creare le condizioni che consentano ai privati di investire. Gli strumenti finanziari e amministrativi andranno individuati, verificandone sostenibilità ed efficacia. Ma il punto è il risultato: trasformare un progetto riconosciuto strategico in un impianto produttivo, per ridare speranza a un territorio più volte illuso e disilluso. Piombino è il laboratorio più significativo della reindustrializzazione toscana.
