Un centro commerciale naturale in Toscana (foto tratta dal sito della Regione)
Che la Regione abbia deciso di mettere in campo 120 milioni di euro per sostenere le imprese è una buona notizia. Che abbia passato al setaccio le risorse ancora disponibili della programmazione europea Fesr, integrandole con fondi regionali, lo è altrettanto. Un’operazione apprezzabile, che si inserisce però anche nella necessità di recuperare il forte ritardo accumulato nell’utilizzo dei fondi europei.
Nel pacchetto annunciato dal presidente Eugenio Giani e dall’assessore Leonardo Marras ci sono strumenti interessanti, a cominciare dal fondo per sostenere gli investimenti delle imprese già insediate sul territorio, con l’obiettivo di trattenerle in Toscana. Positiva anche la scelta di rilanciare gli incentivi all’internazionalizzazione, l’unica misura per ora approvata. Insomma, bene che la Regione si sia mossa. Ma non basta.
Perché quello presentato come piano per la reindustrializzazione della Toscana appare, almeno per ora, un insieme di interventi molto eterogenei, alcuni nuovi, altri già conosciuti e destinati a essere riproposti. Nove misure fra le quali trovano spazio anche il turismo e i centri commerciali naturali. Settori che hanno certamente diritto all’attenzione e al sostegno pubblico, ma che cosa hanno a che fare con la reindustrializzazione? Il rischio è che, nel tentativo di rispondere alle esigenze di tutte le categorie economiche, si finiscano per disperdere risorse che avrebbero bisogno di essere concentrate su poche priorità strategiche.
E poi c’è il grande convitato di pietra: l’intelligenza artificiale. Non passa giorno senza che imprenditori, economisti, manager e rappresentanti delle istituzioni ne parlino come della tecnologia destinata a rivoluzionare il sistema produttivo. Ebbene, nel piano regionale per la reindustrializzazione della Toscana l’AI trova spazio, e solo in parte, in una delle nove misure annunciate. Dei 120 milioni complessivi, 21 sono destinati a Impresa Digitale, un contenitore nel quale convivono diverse finalità, dalla transizione digitale e ambientale alla sicurezza e alle tecnologie per l’aerospazio. Quanto di quei 21 milioni sarà effettivamente destinato all’intelligenza artificiale non è dato sapere. Nel comunicato con cui la Regione ha presentato il piano, peraltro, l’AI viene citata una sola volta. Un dettaglio illuminante.
La circostanza è ancora più sorprendente se si considera che appena ventiquattr’ore prima, intervenendo a un convegno della Camera di commercio di Firenze, il direttore delle Attività produttive della Regione, Fabio Cacioli, aveva spiegato che i 100-110 milioni disponibili sarebbero stati orientati il più possibile proprio verso l’applicazione dell’intelligenza artificiale nelle imprese. Difficile riconoscere quell’impostazione nel pacchetto presentato il giorno successivo.
Naturalmente non si tratta di pretendere che tutte le risorse siano destinate all’AI. Ma se questa tecnologia rappresenta davvero il grande fattore di trasformazione dell’industria, dovrebbe attraversare l’intera politica regionale di sostegno agli investimenti, anziché essere confinata in un capitolo della digitalizzazione. La questione non è soltanto quanti milioni finanzieranno l’intelligenza artificiale, ma quale ruolo le venga assegnato nella strategia di reindustrializzazione della Toscana. E, almeno per ora, questo ruolo appare decisamente marginale.
C’è poi il FORT, il fondo per la reindustrializzazione da 21,2 milioni. L’idea di sostenere le imprese che intendono continuare a investire in Toscana risponde a un’esigenza reale, avanzata anche dal mondo produttivo. Nella formulazione annunciata dalla Regione l’accesso è limitato alle imprese localizzate nei territori della Carta degli aiuti a finalità regionale, nelle aree di crisi industriale e nella Zona logistica semplificata (Livorno, Massa, Carrara e poco altro). Ma la perdita di capacità manifatturiera interessa tutti i sistemi produttivi della Toscana. Occorrerà capire quanto incidano i vincoli europei sugli aiuti di Stato e se sia possibile prevedere strumenti complementari per gli altri territori. Perché il problema di trattenere gli investimenti industriali riguarda tutta la regione.
Per una valutazione più compiuta dei bandi bisognerà attendere la definizione delle regole, dei beneficiari e dei criteri di selezione. Sarà importante anche la dimensione minima degli investimenti ammessi: una cosa è incentivare progetti capaci di cambiare la struttura produttiva delle aziende, un’altra distribuire piccoli contributi a una platea molto vasta. E sarà importante capire quanto delle risorse annunciate rappresenti una novità effettiva e quanto sia invece la riproposizione di strumenti già sperimentati.
Il punto, dunque, non è negare l’utilità delle misure annunciate, ma capire se rappresentino il primo tassello di una politica industriale più ampia oppure se il piano si esaurisca in questa distribuzione di risorse.
La politica deve certamente ascoltare tutti e prestare attenzione a tutti i territori. Ma una politica industriale, per essere efficace, deve anche scegliere. E scegliere significa concentrare le risorse, individuare le priorità e qualche volta rinunciare ad accontentare tutti. È la differenza tra distribuire incentivi e costruire una strategia di reindustrializzazione.
