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04 novembre 2026

Toscana ultima in Italia per crescita dell’economia: cinque province in fondo alla classifica

Rapporto choc dell’Istituto Tagliacarne sul 2025. Il dato più preoccupante arriva da commercio, trasporti, turismo e comunicazioni, che crescono solo dello 0,21%. Anche gli altri comparti del terziario restano sotto la media italiana.

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La Toscana è ultima in Italia per crescita del valore aggiunto. Ventesima su venti regioni. E cinque delle sue dieci province occupano cinque delle ultime sei posizioni nella graduatoria nazionale. Non è una previsione, né una valutazione sull’andamento dell’economia regionale: sono i risultati dell’indagine sul valore aggiunto 2025 elaborata dal Centro Studi Tagliacarne e da Unioncamere, diffusa il 3 novembre.

L’economia toscana è cresciuta dell’1,47%, contro il 2,30% nazionale. Un divario di 0,83 punti percentuali che colloca la regione dietro tutte le altre, comprese quelle del Mezzogiorno. Si tratta di valori a prezzi correnti, dunque comprensivi dell’effetto dei prezzi: non misurano direttamente la crescita reale del Pil. Ma il confronto è omogeneo e il risultato inequivocabile. Nel 2025 nessuna regione italiana ha registrato un incremento nominale inferiore a quello della Toscana.

È un altro segnale di quel progressivo indebolimento dell’economia regionale che T24 documenta da mesi, rimarcato dall’indagine congiunturale di Bankitalia presentata ieri martedì 3 novembre. E non riguarda solo la manifattura, come avevamo già testimoniato in un precedente articolo. Anzi, i problemi maggiori vengono dal terziario.

Dal rimbalzo del 2022 all’ultimo posto

La traiettoria degli ultimi anni rende il risultato ancora più significativo. Nel 2022, nella fase di recupero successiva alla pandemia, la Toscana aveva registrato una crescita nominale del valore aggiunto dell’8,6%, superiore al 6,9% italiano. Nel 2023 l’incremento era stato del 6,36%, contro il 6,55% nazionale. Nel 2024 la Toscana era scesa all’1,75%, contro il 2,14% dell’Italia. Adesso l’1,47%, il risultato peggiore fra le regioni. Tre anni consecutivi sotto la media nazionale, con un divario che si è progressivamente ampliato.

Prato penultima, Grosseto terzultima. Male anche Livorno e Siena

La geografia provinciale è forse ancora più impressionante del dato regionale. Nessuna provincia toscana raggiunge il +2,30% nazionale. La migliore è Arezzo, con +2,05%, seguita da Lucca (+1,96%) e Firenze (+1,63%). Più indietro Pistoia (+1,48%) e Pisa (+1,24%). Poi arriva il gruppo delle ultime: Livorno (+1,12%), Siena (+1,12%), Massa-Carrara (+1,11%), Grosseto (+1,02%) e Prato (+1,01%). Cinque territori concentrati nelle ultime sei posizioni nazionali, dal 102° al 106° posto su 107 province.

Il confronto con il 2022 è impressionante. Allora tutte le dieci province toscane figuravano nelle prime 32 posizioni italiane per incremento del valore aggiunto. Prato era undicesima, Lucca dodicesima, Firenze tredicesima, Arezzo quattordicesima. Pisa era sedicesima, Livorno diciottesima. Anche Grosseto e Massa-Carrara, rispettivamente trentaduesima e trentunesima, si collocavano nella parte alta della graduatoria.

Tre anni dopo Prato è penultima, Grosseto terzultima, Livorno e Siena sono anch’esse in fondo alla classifica. Il rallentamento non riguarda soltanto un distretto industriale o un’area di crisi. Attraversa praticamente tutta la Toscana.

L’Italia cresce di più, Rimini e Bologna guidano la ripresa

Il contesto nazionale rende ancora più evidente il ritardo. L’Emilia-Romagna registra un incremento del valore aggiunto del 2,99%, l’Abruzzo del 2,84%, il Lazio del 2,80%, le Marche del 2,38%. Anche l’Umbria, con +1,80%, precede la Toscana. Nelle ultime posizioni si trovano inoltre Puglia (+1,69%) e Molise (+1,51%). A livello provinciale il primato della crescita spetta a Rimini (+3,92%), seguita dall’Aquila (+3,69%) e da Bologna (+3,39%). L’Italia nel suo complesso registra un incremento del 2,30%. L’industria cresce dell’1,75%, meno degli altri settori, mentre le costruzioni avanzano del 3,43% e l’agricoltura del 6%.

Non è dunque un quadro nazionale privo di difficoltà. La manifattura rallenta anche nel resto del Paese. Ma alcuni territori riescono comunque a crescere sensibilmente più della media. La Toscana, invece, non porta neppure la sua provincia più dinamica al livello nazionale.

Il problema non è soltanto l’industria

La scomposizione del valore aggiunto per settore rivela un altro problema. L’industria in senso stretto produce circa 27,8 miliardi di euro e cresce dell’1,70%, sostanzialmente in linea con l’1,75% nazionale.

La frenata più vistosa riguarda invece l’aggregato che comprende commercio, trasporti e magazzinaggio, alloggio e ristorazione, informazione e comunicazione. Un insieme di attività che genera circa 30 miliardi di euro di valore aggiunto e che nel 2025 è cresciuto appena dello 0,21%, contro il 2,14% nazionale.

Anche gli altri servizi rimangono indietro. Le attività finanziarie, immobiliari, professionali e di supporto alle imprese, che valgono oltre 38 miliardi, aumentano dell’1,62%, contro il 2,39% italiano. Pubblica amministrazione, istruzione, sanità e altri servizi, per complessivi 24,5 miliardi, crescono dell’1,52%, contro il 2,15% nazionale. Nel complesso, i tre grandi aggregati dei servizi rappresentano circa il 71% del valore aggiunto toscano. Tutti crescono meno dei rispettivi aggregati nazionali.

La terziarizzazione povera dell’economia toscana

È qui che i numeri del 2025 incrociano una questione strutturale: la trasformazione dell’economia regionale e il progressivo aumento del peso dei servizi non sempre è accompagnato dallo sviluppo di attività ad alta produttività. La “terziarizzazione povera” è un fenomeno che riguarda la crescente importanza di attività tradizionali, come il turismo e il commercio, caratterizzate in larga parte da un valore aggiunto per addetto e da retribuzioni relativamente contenuti: tutto ciò, a fronte di una presenza ancora insufficiente di servizi avanzati, tecnologici e ad alta intensità di conoscenza.

Naturalmente non tutti i servizi sono uguali, né il dato Tagliacarne consente di attribuire lo 0,21% a un singolo comparto. Turismo, commercio, logistica e comunicazioni sono raggruppati nello stesso aggregato e possono avere andamenti differenti. Ma il rallentamento complessivo è evidente.

Qualche segnale positivo arriva dalle costruzioni, che crescono del 3,97% trainate dall’ultima fase del Pnrr, e dall’agricoltura (+4,01%). Ma i due comparti, insieme, valgono poco più di 10 miliardi su un totale regionale di circa 131 miliardi. Non hanno quindi una dimensione sufficiente a compensare il rallentamento delle attività industriali e soprattutto dei servizi.

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