Nei padiglioni di FieraMilano-Rho – a due passi da quelli del salone Lineapelle che è pronto ad aprire i battenti con 848 espositori in arrivo da 33 Paesi, di cui 430 concerie (da mercoledì 11 a venerdì 13 febbraio) – sono in corso le gare di pattinaggio e di hockey su ghiaccio delle Olimpiadi invernali. Gli alberghi milanesi hanno i prezzi alle stelle. I buyer americani hanno preferito, in parte, rimanere a casa. Se a questo si aggiungono le difficoltà della filiera pelle, alle prese con i marchi del lusso che hanno ridotto fortemente i volumi di borse e scarpe prodotte, si capisce perché le speranze dei conciatori toscani in trasferta alla 107esima edizione della rassegna internazionale di riferimento del settore siano contenute.
La ripresa è rimandata
“Il 2026 sarà meno peggio del 2025, ma siamo ancora col segno negativo”, ha spiegato Fabrizio Nuti, presidente di Unic, l’Unione nazionale industria conciaria, e azionista del gruppo Nuti Ivo, uno dei nomi più importanti del distretto conciario di Santa Croce sull’Arno (Pisa), controllato dal colosso francese del lusso Lvmh. La ristrutturazione pesante in arrivo nell’altro grande gruppo francese del lusso, Kering che controlla Gucci, secondo i conciatori farà sentire effetti pesanti sulla filiera pelle. “La fiera si apre in un contesto difficile”, dice Fulvia Bacchi, ceo di Lineapelle.
L’abbigliamento in pelle è di moda
Eppure, anche se il contesto è difficile, qualche luce che brilla c’è. La prima – piccola – è quella dell’abbigliamento in pelle, che si è visto in abbondanza nelle sfilate d’inizio anno e che è risultato l’unica voce col segno più nell’export 2025 di moda uomo.
Gli investimenti nel distretto conciario
La seconda luce è data dall’attrattività che, nonostante più di due anni di crisi, il distretto conciario di Santa Croce esercita ancora per gli investimenti dei grandi marchi internazionali, dei fondi d’investimento e degli imprenditori locali. Gli ultimi due casi sono quelli della nascita della conceria SanPietro guidata dai fratelli Matteo e Giacomo Montanelli, 32 e 37 anni, e dell’investimento da 30 milioni di euro per potenziare la conceria Volfoni di San Miniato (Pisa), nata nel 2023 dalla joint venture tra la famiglia di imprenditori locali Volpi, la conceria francese Tanneries Haas del Gruppo Chanel e il commerciante umbro di pelli grezze Campelli (Chanel e Campelli hanno la maggioranza).
Chanel, Prada, Gucci, fondi d’investimento e gruppi cinesi
Le operazioni recenti seguono un turbillon di fusioni, acquisizioni e investimenti che hanno caratterizzato negli ultimi anni il distretto, leader mondiale nella concia di pelli dirette al settore moda (con 470 imprese, 5.700 addetti e circa 1,2 miliardi di valore della produzione). Chanel è stato finora uno dei marchi più attivi nel distretto toscano perché, prima della conceria Volfoni, ha acquisito nel 2025 il 20% della conceria Nuova Impala di Santa Croce, affiancandola alla conceria Samanta di San Miniato che possiede dal 2019. Prada è salito al 100% della storica conceria Superior e l’ha conferita nel gruppo vicentino Rino Mastrotto, controllato dal fondo NB Renaissance Partners, di cui il marchio del lusso avrà il 10%. Futuro guidato da un fondo d’investimento anche per la conceria Antiba di San Miniato, che nel giugno scorso è stata acquisita, attraverso il gruppo conciario veneto Pasubio, dal fondo francese Pai Partners. I cinesi del gruppo Henan Prosper & Colomer Moda, attraverso la controllata spagnola Colomer 1792 Slu, hanno acquisito nel novembre 2024 la storica conceria Ausonia di Santa Croce, mentre nello stesso mese Gucci, che dal 2001 possiede la conceria Caravel, è salito dal 51% al 100% del gruppo Colonna, suo fornitore storico, che nel distretto controlla Marbella Pellami, Conceria 800 e Falco Pellami.
Ecco perché si investe nel distretto
Il presidente di Unic ha spiegato questa capacità di attrazione del distretto con la presenza di grandi competenze nella concia delle pelli per la moda di lusso e con gli investimenti fatti sul fronte della sostenibilità ambientale, ma anche con la disponibilità di terreni per ampliare le aziende e con la “capacità” di depurazione che qui esiste. A questo si aggiunge il fatto che andare a produrre in Cina oggi non è né facile né comodo.
La congiuntura
Sul fronte della congiuntura, dopo il 2024 che ha visto scendere il fatturato dell’industria conciaria italiana a 4,1 miliardi di euro (-4,5%) di cui 2,8 miliardi all’export (-3,6%), il 2025 si è chiuso con un ulteriore calo (nel primo semestre -4,6% il fatturato e -2,3% i volumi produttivi). Il distretto di Santa Croce ha seguito lo stesso binario.
Silvia Pieraccini