Un panorama globale degli investimenti diretti esteri dove geopolitica, intelligenza artificiale e transizione energetica stanno ridisegnando la mappa dei capitali. E’ il quadro tracciato dal World Investment Report 2026 dell’Unctad (l’agenzia Onu per commercio e sviluppo), presentato a Firenze in collaborazione con Invest in Tuscany. In questo contesto di forte turbolenza, l’Italia registra una contrazione congiunturale nel 2025 ma conferma un trend di lungo periodo positivo, mentre la Toscana si trova ad affrontare il delicato passaggio tra la sua storica vocazione manifatturiera e la nuova era dei settori ad alta intensità tecnologica.
La mappa globale: l’esplosione dei settori strategici
A livello mondiale, dietro il +6% degli investimenti diretti registrato nel 2025, la quota di investimenti greenfield diretta verso i cinque settori strategici – intelligenza artificiale e data center, semiconduttori, tecnologie green (veicoli elettrici e batterie), minerali critici e tecnologie avanzate come biotech e difesa – è balzata dal 16% del 2020 al 44% del 2025. “Gli investimenti rispondono su due fronti, crescono in modo massivo nei settori strategici, mentre le catene del valore tradizionali come l’automotive non elettrico, l’elettronica e il tessile sono in difficoltà, spiega Bruno Casella, senior economist dell’Unctad, che ha illustrato il rapporto nel corso di un evento promosso a Firenze da Invest in Tuscany.
Gli investimenti in infrastrutture per l’Ia e data center rappresentano ormai da soli un terzo degli investimenti esteri totali sul pianeta. Nei semiconduttori, inoltre, “un singolo progetto vale quanto mille progetti in qualsiasi altro settore”, ha detto Casella, evidenziando che fuori dai settori strategici, la manifattura arretra e si riorganizza lungo direttrici di friendshoring verso Paesi politicamente alleati. Per l’Europa, rileva l’economista, la chiave è il family shoring, rafforzando la collaborazione industriale interna per agire come polo coeso.
Semiconduttori, data center e rinnovabili i driver in Italia
In questo contesto, secondo il report, l’Italia registra un rallentamento nel 2025, con gli investimenti greenfield in entrata scesi a 8,9 miliardi di dollari (-56% dai 20,1 miliardi precedenti) e quelli in uscita calati a 29,8 miliardi (-20%). Il bilancio di lungo periodo rimane tuttavia positivo: nel quinquennio 2021-2025 gli investimenti esteri in entrata hanno toccato 116 miliardi di dollari, contro i 39 miliardi del 2016-2020. I motori della crescita italiana sono stati semiconduttori, data center e rinnovabili. “Bisogna agganciare questi motori di crescita strategica”, ha detto Casella, sottolineando che “le catene del valore tradizionale sono in difficoltà, quindi lì bisogna fare un lavoro specifico sulla retention, sull’aftercare, per tenere questi investimenti e aprirsi al mondo che sta crescendo”.
La visione toscana: curare l’esistente (e guardare oltre)
“Il lavoro che vediamo come più importante ed urgente – ha spiegato Filippo Giabbani, responsabile di Invest in Tuscany -, viste quelle che sono anche le difficoltà che sono dovute alle politiche protezioniste ad esempio degli Stati Uniti e alle reazioni degli altri paesi, è quello di lavorare primariamente sul cosiddetto ‘after care’. Abbiamo tutta una serie di aziende che sono già qui presenti in Toscana, dobbiamo lavorare alacremente per evitare che disinvestano, ma soprattutto per fare in modo che crescano. Quindi più che cercare nuovi investimenti dobbiamo cercare di curare molto da vicino quelli già esistenti“.
Sullo scacchiere nazionale, in termini di attrattività relativa per la localizzazione delle imprese estere, la Toscana è preceduta da Lazio, Lombardia, Liguria, Piemonte e Basilicata; è al sesto posto in termini di competitività; e la sua specializzazione nel manifatturiero tradizionale rischia di escludere la regione dai megaprogetti tecnologici ad altissimo valore aggiunto. E c’è necessità di un’offerta di lavoro compatibile con i settori più avanzati: “Sulle competenze verdi e digitali la Toscana è indietro rispetto a Lazio e Lombardia”, sottolinea Giorgia Giovannetti, professoressa di Economia e delegata alle relazioni internazionali dell’Università di Firenze, secondo cui “serve una formazione mirata, anche attraverso corsi brevi e microcredenziali“.
Fuga di talenti, le multinazionali sono una risposta
In generale per Valentino Valentini, viceministro delle Imprese e del Made in Italy, “la singola misura nazionale non basta: è la collaborazione tra le articolazioni dello Stato, quella nazionale, regionale, quella locale a dare la vera flessibilità a chi investe, quella che veramente cercano gli investitori internazionali, perché questi guardano se il territorio risponde in fretta, se non ci sono rimpalli tra livelli”. I governi, secondo Valentini, “non aspettano più gli investimenti: li vanno a cercare, li selezionano, li condizionano. Per un’economia manifatturiera come quella italiana, per un territorio come la Toscana, questo cambia le regole del gioco. Non basta avere un sistema produttivo solido, bisogna saperlo raccontare, bisogna posizionarlo nei settori giusti in una partita che altri giocano con strumenti molto aggressivi”.
Altro nodo centrale è la fuga dei cervelli, con la regione che continua a esportare più talenti di quanti ne attrae: restano cruciali la riduzione della burocrazia e l’adeguamento salariale. In questo contesto, ricorda Giabbani, “le multinazionali offrono in media un’occupazione più gratificante e stipendi più elevati, contribuendo a mitigare la fuga dei cervelli”. Accanto al consolidamento dell’esistente si affaccia il tema dei Data Center, che richiede un’attenta governance locale. “Dobbiamo trovare un punto di equilibrio tra la tutela del patrimonio paesaggistico e culturale, che attrae investimenti come il turismo, e questa tendenza inarrestabile, avverte Giabbani, che pone come obiettivo “governare il fenomeno, indirizzando tali insediamenti in aree meno impattanti per il territorio e le popolazioni”.
