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04 settembre 2026

Ripresa produttiva: sperare nelle fiere non basta se alle piccole imprese manca il credito

L’analisi di Antimo Marino Sanapo sulla difficile congiuntura economica. In Toscana i prestiti alle pmi calano del 6,4%, contro il 4,3% nazionale. E il denaro costa più che altrove.

Antimo Marino Sanapo (*)
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Riceviamo da Antimo Marino Sanapo, Ceo e fondatore di Net Capital, questa riflessione sulla situazione del credito per le piccole imprese.

Le imprese toscane arrivano alla stagione autunnale e agli appuntamenti fieristici di settembre con molte incognite: domanda internazionale, tensioni geopolitiche, costi energetici, dazi e capacità di spesa delle famiglie, come ha raccontato Silvia Pieraccini in un interessante articolo su T24. Ma c’è un’altra variabile, meno visibile di un ordine che non arriva e altrettanto decisiva per la tenuta del sistema produttivo: il credito. I numeri raccontano una difficoltà che riguarda soprattutto le imprese di minore dimensione e che in Toscana appare più accentuata rispetto alla media nazionale.

Piccole imprese, 34 miliardi di credito in meno dal 2019

Secondo le elaborazioni dell’Ufficio Studi di Confartigianato su dati Banca d’Italia, a marzo 2026 i prestiti alle piccole imprese italiane risultano in diminuzione del 4,3% su base annua, in peggioramento rispetto al -4% di fine 2025. Per le imprese artigiane la contrazione raggiunge addirittura l’8,8%. Se si allarga l’orizzonte temporale, il fenomeno assume dimensioni ancora più significative: dal 2019 a marzo 2026 i finanziamenti alle piccole imprese italiane sono diminuiti di 34 miliardi di euro, pari al 25,9%. Per l’artigianato il calo raggiunge il 39,3%.

Nello stesso arco temporale la diminuzione dei prestiti riferita al totale delle imprese italiane è stata del 7,3%. Non siamo quindi davanti soltanto a una riduzione generale del credito: emerge una evidente questione dimensionale, nella quale sono soprattutto le aziende più piccole a perdere terreno.

Toscana, il calo accelera: dal -5,8 al -6,4%

La Toscana merita un’attenzione particolare. A dicembre 2025 i prestiti alle micro e piccole imprese della regione risultavano già in diminuzione del 5,8% su base annua, mentre quelli al complesso delle imprese toscane si riducevano dello 0,9%. Tre mesi dopo il quadro è ulteriormente peggiorato. A marzo 2026 la contrazione dei finanziamenti alle piccole imprese toscane raggiunge il 6,4%, oltre due punti percentuali in più rispetto al -4,3% della media nazionale. La Toscana registra così la quarta maggiore flessione regionale, dopo Valle d’Aosta (-9,9%), Marche (-7,1%) e Liguria (-6,6%). Seguono Veneto e Umbria, entrambe al -5,5%.

Il confronto temporale è significativo: -5,8% a dicembre 2025, -6,4% a marzo 2026. La riduzione del credito alle imprese minori, anziché attenuarsi, sta dunque accelerando. È un dato particolarmente rilevante per una regione caratterizzata da un tessuto diffuso di micro e piccole imprese.

In Toscana una piccola impresa paga molto più di una grande

Ma la quantità di credito disponibile è soltanto una parte del problema. L’altra è quanto costa finanziarsi.

I dati pubblicati dalla Banca d’Italia nel rapporto sull’economia della Toscana mostrano un divario molto netto. A marzo 2026, per i prestiti connessi alle esigenze di liquidità, il tasso annuo effettivo medio applicato alle imprese toscane era del 5%. Per le imprese medio-grandi scendeva al 4,7%. Per le piccole imprese raggiungeva invece l’8,6%. Significa un differenziale di 3,9 punti percentuali rispetto alle aziende medio-grandi.

È un divario che incide direttamente sulla competitività. Per una piccola azienda finanziare scorte, materie prime, fornitori e capitale circolante può avere un costo finanziario sensibilmente superiore a quello sostenuto da un concorrente di maggiori dimensioni. E questo accade nonostante, secondo Banca d’Italia, la qualità del credito in Toscana sia rimasta elevata e il tasso di deterioramento sia ulteriormente diminuito nel 2025, attestandosi su livelli storicamente bassi.

Il monito di Bankitalia per il credito ai piccoli

Il rapporto annuale della Banca d’Italia sull’economia regionale offre una chiave di lettura importante. Nel 2025 i prestiti al settore privato non finanziario toscano sono tornati complessivamente a crescere, soprattutto grazie ai finanziamenti alle famiglie. Ma il credito al settore produttivo si è contratto proprio per effetto della riduzione dei prestiti alle piccole imprese, in un contesto caratterizzato da domanda debole e da condizioni di offerta bancaria improntate alla cautela. Bankitalia rileva inoltre che, guardando al medio periodo, è diminuita la quota di credito destinata alle imprese considerate più rischiose ed è aumentato il ricorso alle garanzie pubbliche. La questione, dunque, non sembra riguardare semplicemente la presenza o l’assenza di liquidità nel sistema finanziario, ma a quali imprese questa liquidità riesca effettivamente ad arrivare e a quali condizioni.

La stretta non è soltanto italiana

Il fenomeno va letto anche nel più ampio scenario europeo. La Bank Lending Survey della BCE relativa al secondo trimestre 2026 evidenzia che il 7% netto delle banche dell’area euro ha irrigidito i criteri di concessione di prestiti e linee di credito alle imprese. Tra le cause principali figurano la maggiore percezione dei rischi sulle prospettive economiche e una minore propensione al rischio da parte degli istituti.

Nell’indagine SAFE della BCE, il 42% netto delle aziende dell’area euro ha segnalato un aumento dei tassi sui prestiti bancari nel secondo trimestre 2026, contro il 26% del trimestre precedente. Per le sole PMI il dato arriva al 43%, dal 24% del trimestre precedente. Il 31% netto delle imprese segnala inoltre un aumento degli altri costi di finanziamento – commissioni e spese – mentre il 10% indica un incremento delle garanzie richieste.

Le banche dell’area euro hanno anche segnalato un aumento dei rifiuti delle richieste di finanziamento: l’incremento netto è stato del 6% e sale al 7% per le PMI, contro il 5% delle grandi imprese. Per il terzo trimestre 2026 gli istituti europei si attendono un ulteriore irrigidimento dei criteri di concessione.

Quando l’impresa rinuncia persino a chiedere il finanziamento

Esiste però una parte del fenomeno che le statistiche sullo stock dei prestiti rischiano di non mostrare completamente: le imprese che rinunciano a chiedere credito. L’indagine congiunturale Confapi sul primo semestre 2026, realizzata su circa 2.000 aziende, indica che il 66,5% delle PMI industriali italiane non ha presentato richieste al sistema bancario per ottenere nuove risorse finanziarie, una quota cresciuta di 7,8 punti rispetto al 2025.

Le motivazioni dichiarate meritano attenzione: il 35% teme un rifiuto, il 30,8% considera troppo onerose le condizioni e il 27% giudica eccessive le garanzie richieste. Il risultato è che il 56% delle PMI ricorre all’autofinanziamento. Siamo di fronte a quello che potremmo definire un fenomeno di credito scoraggiato: l’impresa ha esigenze finanziarie, ma costi, garanzie richieste o aspettative di rifiuto la portano a rinunciare preventivamente alla domanda.

Ed è forse questa la parte meno visibile della stretta creditizia. Un finanziamento richiesto e rifiutato entra nelle statistiche. Un investimento al quale l’imprenditore rinuncia prima ancora di bussare alla banca rischia invece di non comparire da nessuna parte.

Il nodo degli investimenti

La questione assume un peso ancora maggiore osservando l’economia toscana. Secondo Banca d’Italia, nel 2025 il prodotto regionale è cresciuto dello 0,4%, contro lo 0,5% dell’Italia. La manifattura continua a mostrare elementi di debolezza e nel sistema moda, nonostante un lieve recupero della domanda estera, i livelli di attività rimangono inferiori a quelli precedenti la crisi iniziata nel 2023.

È in questo contesto che la disponibilità di credito diventa strategica. Un’impresa può trovare un nuovo cliente, ricevere un ordine importante o aprire un mercato estero. Ma tra l’ordine e l’incasso esiste uno spazio che deve essere finanziato. Bisogna acquistare materie prime, pagare i fornitori, finanziare le scorte, sostenere i costi energetici, anticipare salari e contributi e, spesso, investire in nuovi macchinari o tecnologie.

Per una grande azienda esistono più possibilità di accesso ai mercati finanziari e al capitale. Per una micro o piccola impresa, invece, il credito bancario continua a rappresentare una componente fondamentale del finanziamento dell’attività.

Le fiere misurano gli ordini ma è il credito che è decisivo

Questo è forse il punto da tenere presente mentre le aziende toscane dell’oreficeria, della pelletteria, della concia, del camper, della profumeria e del beauty affrontano gli appuntamenti fieristici di settembre. Le fiere saranno certamente un termometro della domanda e della fiducia dei compratori. Ma esiste un secondo termometro, meno visibile: la capacità finanziaria delle imprese di rispondere a quella domanda.

Se un’azienda riceve nuovi ordini ma incontra difficoltà a finanziare il capitale circolante necessario per produrli, l’opportunità commerciale rischia di trasformarsi in una nuova difficoltà. La domanda, allora, non è soltanto quando ripartirà il mercato. È anche in quali condizioni finanziarie troverà le nostre Pmi quando la ripresa arriverà.

Perché la vera sfida non consiste soltanto nel generare nuovi ordini, ma nel mettere le imprese – soprattutto quelle più piccole – nelle condizioni di trasformarli in produzione, investimenti, occupazione e crescita.

(*) Ceo e fondatore di Net Capital

Autore:

Antimo Marino Sanapo (*)

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