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03 ottobre 2026

Reindustrializzare la Toscana: un anno dopo il Manifesto è l’ora dei fatti

L’editoriale del direttore. La battaglia culturale è stata vinta, ma adesso servono progetti concreti. Piombino può essere il primo banco di prova: arriveranno le compensazioni economiche per il rigassificatore.

Il momento in cui viene demolito l'altoforno di Piombino, il 16 maggio 2024

Il momento in cui viene demolito l'altoforno di Piombino, il 16 maggio 2024

Finalmente qualcuno lo aveva detto. Un anno fa il Manifesto per la reindustrializzazione della Toscana mise nero su bianco ciò che molti, nel mondo dell’economia e del lavoro, vedevano da tempo: il modello sul quale la Toscana aveva costruito una parte importante del proprio benessere non bastava più. Fu quasi un sospiro di sollievo, la sensazione che una questione rimasta troppo a lungo sullo sfondo fosse finalmente entrata nel dibattito pubblico.

Piccola dimensione, flessibilità, creatività, capacità di esportare, forza dei distretti. E anche una rendita di posizione conquistata in decenni di leadership nella moda, nella meccanica e in altre produzioni di eccellenza. Tutte leve del successo toscano. Ma nel frattempo il mondo è cambiato. Tecnologia, energia, geopolitica, demografia e organizzazione delle catene globali del valore hanno spostato il terreno della competizione. 

Il rischio aveva un nome che allora suonava quasi scomodo: deindustrializzazione. 

Quella scossa è servita, perchè ha interrotto una sorta di rimozione collettiva. Il mondo delle imprese e quello del lavoro hanno raccolto con convinzione la sfida e, dodici mesi dopo, la reindustrializzazione è entrata nel linguaggio comune. Se ne parla nelle associazioni imprenditoriali, nei sindacati, nelle istituzioni. Se ne parlerà lunedì 5 ottobre, all’Istituto Universitario Europeo di Firenze, con i tre promotori (Marco Buti, Stefano Casini Benvenuti e Alessandro Petretto) che proveranno a rilanciare il Manifesto a un anno dalla sua presentazione. 

La battaglia culturale, insomma, è stata in larga parte vinta. Adesso, però, vengono i fatti. Un anno è certamente troppo poco per reindustrializzare una regione, ma non per cominciare a farlo.  

Qualche segnale c’è stato, a partire da una maggiore (seppur tardiva) attenzione alle energie rinnovabili. Ma non si vede ancora quella discontinuità capace di trasformare la reindustrializzazione da obiettivo condiviso in politica industriale concreta. Reindustrializzare dove? Come? Con quali produzioni? Con quali strumenti? E soprattutto: da dove cominciamo? 

Piombino è forse il territorio più interessante e più sfidante perché concentra quasi tutte le questioni della reindustrializzazione. C’è un polo siderurgico da rilanciare, con le partite Jsw e Metinvest ancora aperte. E proprio le incertezze emerse in queste ore sul progetto della nuova acciaieria elettrica Metinvest-Danieli ricordano quanto sia pericoloso affidare il futuro di un territorio all’esito di una singola operazione. Se quell’investimento si farà, sarà una straordinaria opportunità; se non si farà, il problema industriale e sociale diventerà ancora più urgente. 

C’è poi un rigassificatore che, con ogni probabilità, resterà a Piombino, e con la proroga si riaprirà il tema delle compensazioni economiche e infrastrutturali per il territorio. Il sindaco Francesco Ferrari sta trattando un consistente importo sia per il periodo pregresso (3 anni di permanenza della nave Italis in porto) sia per i 22 anni della proroga.

È in questo quadro che può diventare interessante la proposta europea delle Aree di Accelerazione Industriale: territori nei quali concentrare investimenti manifatturieri strategici e decarbonizzazione, rendendo più rapide le procedure. Lo strumento europeo non è ancora definitivamente approvato, ma proprio per questo bisogna farsi trovare pronti. 

Perché non cominciare già adesso a preparare Piombino a una possibile candidatura? La nuova acciaieria elettrica, se Metinvest confermerà l’investimento, sarebbe perfettamente coerente con quella prospettiva. Ma la candidatura avrebbe senso comunque: riguarda Piombino, non Metinvest. 

Questo è soltanto un esempio. Ma è il metodo che conta: scegliere un progetto, concentrare lì strumenti, risorse e capacità amministrativa e provare a realizzarlo. Passare, finalmente, dalla politica industriale raccontata alla politica industriale praticata. 

Partiamo da Piombino. O da un altro posto, se c’è un’idea migliore. Ma partiamo. 

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