La Toscana perde imprese artigiane più velocemente della media nazionale: negli ultimi dieci anni la contrazione è stata del 26,8%, contro il 25,1% registrato in tutta Italia, mentre a livello provinciale Lucca e Prato figurano tra le cinque province più colpite nell’ultimo anno. E’ quanto emerge dallo studio dell’Ufficio Studi della Cgia di Mestre che propone due interventi per contrastare la crisi: un “reddito di gestione delle botteghe artigiane” per chi apre o conduce un’attività nei centri con meno di 10mila abitanti, e un rilancio della formazione professionale attraverso gli istituti tecnici.
Nel 2015 la Toscana contava 146.746 artigiani, includendo titolari, soci e collaboratori familiari; nel 2025 il numero è sceso a 107.380, con una perdita di 39.366 persone in dieci anni, pari a un calo del 26,8%. Questo dato posiziona la Toscana al sesto posto tra le regioni italiane per intensità della contrazione decennale, dietro Marche (-31,3%), Umbria (-29,3%), Emilia-Romagna (-28,7%), Piemonte (-28,4%) e Abruzzo (-28,3%), ma davanti a Veneto (-26,5%) e Lombardia (-25,5%).
Lucca e Prato tra le cinque province italiane più colpite
Solo nell’ultimo anno, tra il 2024 e il 2025, la Toscana ha perso 6.132 artigiani, con una flessione del 5,4%, superiore alla media nazionale che si è fermata al -5,1%. Il dato toscano rientra nella tendenza della ripartizione Centro Italia, che nel complesso ha segnato la contrazione decennale più marcata tra le macroaree del Paese (-27,1%). Il dato più significativo per la Toscana riguarda la classifica provinciale degli ultimi dodici mesi: Lucca e Prato si collocano a pari merito al quinto posto nazionale per calo percentuale di artigiani tra 2024 e 2025, entrambe con -7,1%. Nel dettaglio, Lucca è passata da 12.760 a 11.850 artigiani, con una perdita di 910 unità, mentre Prato è scesa da 10.485 a 9.738, con una diminuzione di 747 unità.
Anche le restanti province toscane mostrano un andamento negativo. Subito dopo Lucca e Prato si posiziona Massa-Carrara, al settimo posto assoluto in Italia con un calo del 6,8%, corrispondente a una perdita di 371 artigiani, passati da 5.423 a 5.052 unità. Segue Pistoia, che scende da 9.948 a 9.408 artigiani, con una flessione del 5,4% e 540 unità in meno, un valore comunque in linea con la media regionale.
Pisa registra una contrazione del 5,1%, passando da 11.674 a 11.078 artigiani, con una perdita di 596 unità, mentre Firenze, pur restando il capoluogo con il maggior numero di artigiani in valore assoluto tra tutte le province toscane, scende da 30.030 a 28.543 unità: la flessione percentuale si ferma al 5,0%, ma in termini numerici la perdita di 1.487 artigiani è la più ampia registrata in Toscana. Grosseto perde 313 artigiani, scendendo da 6.673 a 6.360 unità, con un calo del 4,7%, mentre ad Arezzo la contrazione è del 4,6%, con 538 artigiani in meno e una discesa da 11.667 a 11.129.
Livorno mostra una flessione del 4,3%, passando da 7.473 a 7.150 artigiani, con una perdita di 323 unità, e chiude la classifica regionale Siena, che registra la contrazione più contenuta tra le province toscane, pari al 4,2%, corrispondente a 307 artigiani in meno e a una discesa da 7.379 a 7.072 unità. Va detto che anche il dato più favorevole della regione, quello senese, resta comunque superiore alle flessioni più contenute osservate a livello nazionale, che riguardano soprattutto province del Mezzogiorno come Nuoro (-3,2%), Agrigento (-3,1%) e Vibo Valentia (-2,9%), le meno colpite in Italia.
Le cause della crisi secondo la Cgia di Mestre
Secondo l’Ufficio Studi della Cgia il fenomeno non riguarda solo la Toscana ma l’intero Paese, e ha molteplici cause: la concorrenza della grande distribuzione e dell’e-commerce, il cambiamento delle abitudini di consumo verso acquisti più concentrati, i costi fissi elevati di affitti e utenze, e il declino demografico che riduce la clientela nei piccoli comuni e nei quartieri. Una parte della riduzione, sottolinea lo studio, è anche legata a processi di aggregazione e acquisizione aziendale successivi alle crisi del 2008-2009, del 2012-2013 e del 2020-2021, che hanno aumentato la dimensione media delle imprese e la produttività in comparti come trasporto merci, metalmeccanico, installazione impianti e moda.
Non tutti i settori artigiani soffrono allo stesso modo: acconciatori, estetisti, massaggiatori e tatuatori registrano una crescita costante, così come i mestieri legati all’informatica, dai sistemisti agli esperti di social media, mentre il comparto alimentare da asporto, con gelaterie, gastronomie e pizzerie al taglio, va bene soprattutto nelle città a forte vocazione turistica. (lt)
