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17 giugno 2026

Moschini: “La filiera della moda deve aggregarsi, servono più incentivi mirati”

Intervista al vicepresidente di Confindustria Toscana Centro e Costa con delega al Made in Italy. “Una produzione molto frammentata, anche se di qualità, fatica a reggere”.

Cristiano Meoni
Niccolò Moschini, vicepresidente di Confindustria Toscana Centro e Costa con delega al Made in Italy

Niccolò Moschini, vicepresidente di Confindustria Toscana Centro e Costa con delega al Made in Italy

“Una produzione molto frammentata, anche se di altissima qualità, fatica a reggere le sfide del mercato globale. Aggregarsi è una necessità vitale per le piccole imprese del settore moda”. Niccolò Moschini, vicepresidente di Confindustria Toscana Centro e Costa con delega al Made in Italy, chiede una politica industriale che possa aiutare le imprese a ridisegnare la filiera: aziende più strutturate, che possano reggere gli investimenti necessari per competere, primi fra tutti quelli tecnologici. “Pitti Uomo apre con concrete speranze di ripresa” dice Moschini. E “Future For Fashion”, il confronto sulle prospettive del sistema moda giunto alla sua quinta edizione, che si svolgerà domani giovedì 18 giugno alla sede fiorentina di Confindustria, indica la linea: “Oggi il valore nasce dall’incontro tra prodotto ed esperienza. Le persone acquistano sempre più quello che c’è attorno al prodotto: il territorio, la cultura, l’ospitalità, la narrazione, le relazioni”. 

Pitti Uomo si è aperto con segnali di ripresa o è ancora presto per parlare di inversione di tendenza? 

«Negli ultimi mesi il mondo della moda ha attraversato una profonda trasformazione e oggi vediamo i primi segnali di stabilizzazione. Ci auguriamo che il 2026 sia l’anno della ripresa. Siamo consapevoli che non assisteremo a un rimbalzo, ma guardiamo avanti con fiducia. Dopo anni molto complessi, il settore sta cercando un nuovo equilibrio e credo che le imprese abbiano ormai compreso che il contesto nel quale operiamo è cambiato in modo strutturale». 

La guerra in Medio Oriente sembra conclusa. Quanto conta il clima geopolitico per un settore come il vostro? 

«Conta molto. Il nostro settore vive sulle aspettative e sulla fiducia. Ogni riduzione dell’incertezza aiuta. Se si riesce ad archiviare una crisi come quella mediorientale, le persone tornano a muoversi, a viaggiare e ad acquistare con maggiore serenità. Questo ha effetti positivi sul lusso come su molti altri settori. Naturalmente restano altre incognite internazionali, ma un clima più stabile rappresenta sempre un fattore favorevole». 

Quali mercati possono trainare l’auspicata ripresa? 

«Gli Stati Uniti restano il mercato più solido. L’Europa tiene. La Cina non tornerà ai livelli di crescita che abbiamo conosciuto negli anni d’oro del lusso e dobbiamo prenderne atto. Tuttavia arrivano segnali incoraggianti e il mercato sta mostrando elementi di maggiore stabilità. Ci aspettiamo molto anche dal Medio Oriente che, pur rappresentando una quota limitata del nostro business, era una delle aree più dinamiche prima dello scoppio del conflitto». 

Usciamo per un momento dal settore moda. Quali sono le direttrici di sviluppo per il Made in Italy e per la Toscana nei prossimi dieci anni? 

«Vedo due grandi asset. Il primo è quello delle esperienze. Oggi il consumatore cerca sempre meno il prodotto isolato e sempre più ciò che gli ruota attorno. Lo vediamo nell’automotive di alta gamma, ma vale anche per la moda. Hotellerie, cibo, vino, viaggi, nautica: il valore nasce dall’insieme dell’esperienza. 

Fino a qualche anno fa ragionavamo soprattutto in termini di prodotto. Oggi il prodotto da solo non basta più. Conta la narrazione, conta il contesto, conta l’esperienza che il cliente vive prima, durante e dopo l’acquisto. Da questo punto di vista la Toscana possiede un patrimonio straordinario che pochi territori al mondo possono vantare. 

Il secondo asset riguarda le competenze tecniche presenti nei nostri distretti. Penso alla farmaceutica, alla meccanica, ma anche a tutte quelle specializzazioni produttive che ci consentono di competere a livello internazionale». 

Che politica industriale serve per dare un futuro al Made in Italy? 

«Dobbiamo affrontare senza tabù il tema delle aggregazioni. Per anni abbiamo pensato che piccolo fosse sempre sinonimo di eccellenza. Oggi sappiamo che non basta. Una produzione molto frammentata, anche se di altissima qualità, fatica a reggere le sfide del mercato globale. 

Se c’è una lezione che possiamo trarre dagli ultimi anni è che probabilmente avremmo dovuto utilizzare il lungo ciclo di crescita per rafforzare la struttura dei nostri distretti. Oggi aggregazione e consolidamento non sono più una scelta facoltativa: sono un passaggio inevitabile». 

La Regione Toscana ha stanziato risorse importanti per il sistema moda. Le misure adottate vanno nella direzione giusta? 

«Il dialogo con la Regione è positivo e tutte le misure che favoriscono investimenti e competitività sono importanti. Più ci si confronta e più si trovano soluzioni efficaci. 

Detto questo, gli incentivi devono essere mirati. Io li concentrerei soprattutto sui percorsi di aggregazione. Chi investe in Toscana deve poter contare su aziende solide, affidabili e con elevati standard di reputazione. Oggi la reputazione è un fattore competitivo decisivo. 

Quando una filiera è composta da migliaia di piccole imprese, il rischio di incontrare qualche realtà problematica esiste. Aggregare significa anche rendere il sistema più trasparente, più tracciabile, più etico e quindi più competitivo». 

La crisi rischia di impoverire la filiera toscana della moda? 

«Non credo che assisteremo alla scomparsa delle competenze. Le aziende non devono  chiudere: devono aggregarsi. Le professionalità non spariscono, ma si trasferiscono all’interno di strutture più grandi e più solide. 

Il vero rischio è restare fermi. Integrare e consolidare non significa tagliare, ma proteggere e rafforzare le eccellenze esistenti. Le aziende più strutturate non saranno semplici fornitori, ma partner capaci di investire in innovazione, sostenibilità e sviluppo». 

Qual è la priorità per la filiera? 

«Capire che sostenibilità e tracciabilità non sono costi, ma investimenti indispensabili per stare sul mercato. È normale che le realtà più piccole facciano fatica a sostenerli. Anche per questo servono aggregazioni. 

Trasparenza, responsabilità ed etica non sono più elementi accessori: sono condizioni necessarie per tutelare il valore del Made in Italy. Solo filiere più solide e più tracciabili possono ridurre il rischio di crisi reputazionali che finiscono per danneggiare l’intero sistema». 

“Future For Fashion” arriva alla quinta edizione. Qual è il messaggio che intendete dare quest’anno? 

«Quando organizzammo la prima edizione c’era appena stata l’invasione dell’Ucraina. In un momento di emergenza abbiamo sentito il bisogno di fermarci a riflettere sul futuro della moda. Oggi, dopo cinque anni, quel bisogno è ancora più forte. 

Future For Fashion è nato proprio con questo obiettivo: creare a Firenze, cuore della manifattura italiana della moda, uno spazio di confronto tra imprese, istituzioni, associazioni e professionisti per ragionare sulle trasformazioni che stanno attraversando il settore e sul futuro del Made in Italy. È il primo e unico appuntamento di questo genere in città e in questi anni ha acquisito autorevolezza proprio perché ha cercato di guardare oltre l’emergenza». 

Qual è la parola chiave dell’edizione 2026? 

«Abbiamo scelto la parola “esperienze”. Per anni abbiamo ragionato quasi esclusivamente di prodotto. Oggi il valore nasce dall’incontro tra prodotto ed esperienza. Le persone acquistano sempre più quello che c’è attorno al prodotto: il territorio, la cultura, l’ospitalità, la narrazione, le relazioni. 

La Toscana possiede un patrimonio unico di territori, ospitalità, cultura e manifattura. La sfida è mettere insieme questi elementi e raccontarli meglio. È lì che si giocherà una parte importante della competitività futura del Made in Italy». 

Che cosa vi aspettate dal confronto di quest’anno? 

«Dopo tre anni di tensioni economiche e sociali dobbiamo compiere uno sforzo collettivo per immaginare il futuro del settore, dalle filiere fino al consumatore finale. La moda sta vivendo una trasformazione profonda: non è soltanto una fase congiunturale difficile. Sono cambiati i consumatori, sono cambiate le aspettative, sono entrati nuovi concorrenti e nuovi modelli di business. Dobbiamo prenderne atto e costruire una politica industriale capace di tutelare e rilanciare il Made in Italy». 

Da dove ripartire? 

«Dalle competenze, dalla formazione e dalla qualità delle filiere. Future For Fashion nasce anche per questo: mettere attorno allo stesso tavolo imprese, associazioni, istituzioni ed esperti per individuare strategie concrete e nuove direttrici di sviluppo. Anche nei periodi più difficili, confrontarsi è fondamentale. E oggi lo è più che mai». 

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Cristiano Meoni

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