L'intervento di Azzurra Morelli al Venice Sustainable Fashion Forum
Come possono fare i marchi della moda che producono in laboratori esterni – soprattutto cinesi – a controllare che i propri fornitori e subfornitori rispettino i contratti di lavoro, le norme igieniche e sulla sicurezza e quelle fiscali? Il procuratore di Milano Paolo Storari, che nei mesi scorsi ha messo in amministrazione giudiziaria diversi grandi brand – da Armani a Dior, da Valentino a Loro Piana – contestando loro l’aver agevolato (attraverso il mancato controllo) o l’aver effettuato (attraverso appalti e subappalti) lo sfruttamento di lavoratori nella filiera produttiva per aumentare i guadagni, con strascichi arrivati fino a Firenze, ha fatto una sorta di decalogo di buone pratiche intervenendo al Venice Sustainable Fashion Forum in corso il 5-6 novembre sull’Isola di San Giorgio. “Sono regole di buon senso – ha detto Storari dopo aver puntato il dito su alcuni grandi marchi “che ancora oggi continuano a usufruire di queste situazioni di vergogna” – che vanno a tutela della concorrenza”.

Ecco cosa dovrebbe fare un’azienda che affida la produzione all’esterno
Il primo punto è la responsabilità oggettiva del fornitore: se questo produce 500 borse al giorno con due dipendenti, significa che c’è qualcosa che non va. Il secondo punto è la titolarità effettiva: se il fornitore non è titolare del laboratorio, e magari ha anche rapporti ambigui con la malavita, occorre fare attenzione. Il terzo punto è l’applicazione del contratto collettivo di lavoro di categoria. Il quarto accorgimento è fare audit a sorpresa e non annunciati per telefono. Il quinto è chiedere al fornitore l’accesso al cassetto fiscale e imporre l’obbligo di essere informati quando si riceve, per esempio, un’ispezione della Guardia di finanza. Non serve invece, secondo Storari, la certificazione della filiera che anzi – dice – potrebbe rivelarsi “inutile e dannosa” e addirittura “de-responsabilizzare l’azienda”.
Internalizzati sei laboratori cinesi
Proprio per garantire ai brand la tracciabilità e la trasparenza delle filiera, l’azienda empolese Pellemoda (più di 80 milioni di fatturato, 400 dipendenti), che produce abbigliamento in pelle e in tessuto per tutti i grandi brand, ha imboccato la strada dell’internalizzazione: nell’ultimo anno ha inglobato sei laboratori cinesi, assumendo un centinaio di lavoratori. “Siamo partiti da un’analisi della catena di fornitura, caratterizzata da flessibilità ma anche da frammentazione – ha spiegato la ceo Azzurra Morelli – e nel 2022 abbiamo acquisito un produttore italiano a Orvieto che contava 30 dipendenti, oggi saliti a 45. Questo modello ci ha spinto a continuare, e tra l’estate 2025 e gennaio 2026 abbiamo integrato sei laboratori cinesi, strutturandoci in modo permanente”. L’idea è stata fare un investimento diretto per assicurare ai brand la tracciabilità. Ma ora che si è strutturata diventando più “rigida”, Pellemoda chiama in causa quegli stessi brand: “Dobbiamo andare verso partnership con le maison – conclude Morelli – in modo da programmare le commesse e il lavoro”.
