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06 novembre 2026

Moda, la nuova stagione della filiera trasparente. Pellemoda internalizza 100 lavoratori cinesi

Il pm milanese Paolo Storari è intervenuto al Fashion Forum di Venezia indicando alle aziende una lista di buone pratiche per controllare la catena di fornitura.

L'intervento di Azzurra Morelli al Venice Sustainable Fashion Forum

L'intervento di Azzurra Morelli al Venice Sustainable Fashion Forum

Come possono fare i marchi della moda che producono in laboratori esterni – soprattutto cinesi – a controllare che i propri fornitori e subfornitori rispettino i contratti di lavoro, le norme igieniche e sulla sicurezza e quelle fiscali? Il procuratore di Milano Paolo Storari, che nei mesi scorsi ha messo in amministrazione giudiziaria diversi grandi brand – da Armani a Dior, da Valentino a Loro Piana – contestando loro l’aver agevolato (attraverso il mancato controllo) o l’aver effettuato (attraverso appalti e subappalti) lo sfruttamento di lavoratori nella filiera produttiva per aumentare i guadagni, con strascichi arrivati fino a Firenze, ha fatto una sorta di decalogo di buone pratiche intervenendo al Venice Sustainable Fashion Forum in corso il 5-6 novembre sull’Isola di San Giorgio. “Sono regole di buon senso – ha detto Storari dopo aver puntato il dito su alcuni grandi marchi “che ancora oggi continuano a usufruire di queste situazioni di vergogna” – che vanno a tutela della concorrenza”.

L’intervento del procuratore Paolo Storari a Venezia

Ecco cosa dovrebbe fare un’azienda che affida la produzione all’esterno

Il primo punto è la responsabilità oggettiva del fornitore: se questo produce 500 borse al giorno con due dipendenti, significa che c’è qualcosa che non va. Il secondo punto è la titolarità effettiva: se il fornitore non è titolare del laboratorio, e magari ha anche rapporti ambigui con la malavita, occorre fare attenzione. Il terzo punto è l’applicazione del contratto collettivo di lavoro di categoria. Il quarto accorgimento è fare audit a sorpresa e non annunciati per telefono. Il quinto è chiedere al fornitore l’accesso al cassetto fiscale e imporre l’obbligo di essere informati quando si riceve, per esempio, un’ispezione della Guardia di finanza. Non serve invece, secondo Storari, la certificazione della filiera che anzi – dice – potrebbe rivelarsi “inutile e dannosa” e addirittura “de-responsabilizzare l’azienda”.

Internalizzati sei laboratori cinesi

Proprio per garantire ai brand la tracciabilità e la trasparenza delle filiera, l’azienda empolese Pellemoda (più di 80 milioni di fatturato, 400 dipendenti), che produce abbigliamento in pelle e in tessuto per tutti i grandi brand, ha imboccato la strada dell’internalizzazione: nell’ultimo anno ha inglobato sei laboratori cinesi, assumendo un centinaio di lavoratori. “Siamo partiti da un’analisi della catena di fornitura, caratterizzata da flessibilità ma anche da frammentazione – ha spiegato la ceo Azzurra Morelli – e nel 2022 abbiamo acquisito un produttore italiano a Orvieto che contava 30 dipendenti, oggi saliti a 45. Questo modello ci ha spinto a continuare, e tra l’estate 2025 e gennaio 2026 abbiamo integrato sei laboratori cinesi, strutturandoci in modo permanente”. L’idea è stata fare un investimento diretto per assicurare ai brand la tracciabilità. Ma ora che si è strutturata diventando più “rigida”, Pellemoda chiama in causa quegli stessi brand: “Dobbiamo andare verso partnership con le maison – conclude Morelli – in modo da programmare le commesse e il lavoro”.

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