La partita sul futuro di Banca Monte dei Paschi di Siena potrebbe arrivare a una svolta con un cda straordinario ipotizzato già nel weekend per lanciare un’operazione con Banco Bpm che sia anche una difesa rispetto all’Opas di Intesa Sanpaolo: ma dietro i numeri delle offerte finanziarie e le manovre dei grandi azionisti di Mps si nasconde la costante preoccupazione per il destino di migliaia di dipendenti, per la gran parte in Toscana. Al centro dei timori dei rappresentanti dei lavoratori c’è la salvaguardia del perimetro della banca, la stabilità occupazionale e il legame con il suo territorio.
Sinergie e razionalizzazioni necessarie, qualsiasi vada in porto fra i due progetti di matrimonio contrapposti, possono andare a toccare – in misura ancora non prestabilita – non solo la rete di sportelli, ma anche le strutture centrali e le direzioni generali di Mps. Non solo Siena e Firenze, o le due metropoli Milano e Roma, ma anche il retaggio di vecchie acquisizioni come Padova (ex Antonveneta), Mantova (ex Bam), Lecce (ex Banca 121). Se a livello nazionale le strutture centrali e le direzioni generali di Mps contano quasi 5.000 lavoratori, la fetta più consistente di questo blocco si trova proprio in Toscana, con poco meno di 3.000 addetti: circa 1.800 a Siena e circa 600 a Firenze, i due poli principali. In totale nella sola Toscana l’istituto garantisce oltre 4.400 posti di lavoro diretti, ai quali si aggiunge un indotto in cui lavorano migliaia di dipendenti.
Ancora preoccupazioni per il futuro con Intesa
“Le operazioni in campo rischiano di avere conseguenze concrete e pesanti sull’occupazione, sull’organizzazione del lavoro, sulla qualità e la prossimità dei servizi e sul tessuto economico e sociale nel rapporto tra la banca e i territori”, attaccano Rossano Rossi, segretario generale Cgil Toscana, e Alice D’Ercole, segretaria generale Cgil Siena, chiedendo “che il confronto non si limiti agli aspetti finanziari dell’operazione, ma coinvolga anche le parti sociali e le istituzioni territoriali affinché siano valutate tutte le ricadute economiche e sociali”. Se sarà necessario, sostengono, “siamo pronti a mettere in campo tutte le iniziative sindacali e le forme di mobilitazione necessarie”.
L’offerta sul tavolo, che prevede uno smembramento di Mps tra Intesa Sanpaolo e Bper, desta forti preoccupazioni. Se da un lato si ipotizza che la direzione generale di Siena possa essere in qualche modo “lasciata intera” per non rendere l’operazione troppo pesante da un punto di vista occupazionale (ma anche politico), dall’altro non vi è alcuna certezza per i restanti poli, dove alla lunga i lavoratori potrebbero subire trasferimenti o cambi di mansione. A questo si aggiunge una forte disparità sul piano dei trattamenti economici e normativi a seconda di quale entità assorbirà i dipendenti, a causa dei diversi contratti integrativi aziendali: fonti sindacali sostengono che Intesa Sanpaolo garantirebbe prerogative normative e livelli remunerativi mediamente più alti rispetto alla media del settore, compresa Bper.
La corsa a ostacoli per le nozze con Banco Bpm
L’ipotesi di Banco Bpm dalla sua parte ha le dichiarazioni d’intenti che parlano di un non smembramento del gruppo Mps, e della capacità di tenere integre le reti, i marchi e le direzioni generali. Tuttavia, ad oggi il progetto di Banco Bpm è solo sulla carta, in attesa della mossa che ci si attende dall’ad senese Luigi Lovaglio – secondo le indiscrezioni circolate, un’offerta su Bpm rinforzata da una componente cash che potrebbe derivare dalla dismissione di asset non strategici, compresa la quota del 13% di Generali. Una mossa da fare presto, nel caso: secondo gli analisti finanziari, la deadline per contrastare efficacemente l’Opas di Intesa è fissata al 6 agosto. Superato il 10 agosto, i tempi tecnici renderebbero l’opposizione molto più difficile.
Il tutto mentre torna a salire la tensione all’interno del cda di Mps: quattro consiglieri di minoranza hanno scritto al presidente Cesare Bisoni, sollevando una serie di rilievi in merito al corretto funzionamento dell’organo consiliare e alle modalità con cui la banca e Luigi Lovaglio stanno gestendo l’operazione con Banco Bpm. Paolo Boccardelli, Nicola Maione, Antonella Centra e Paola De Martini hanno evidenziato il rischio che possano configurarsi “irregolarità nello svolgimento della funzione del consiglio di amministrazione”. Bisoni ha risposto escludendo l’esistenza di “irregolarità nello svolgimento delle attività” del cda e del top management: sul tema Banco Bpm “sta operando nel pieno rispetto degli indirizzi e del mandato conferitogli” dal cda “nell’ambito delle attività di valutazione delle possibili operazioni straordinarie”, ha affermato.
Messina non molla: “Avremo Mps whatever it takes”
Di contro, l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, dichiara di non voler mollare sull’Opas da 30,6 miliardi di euro: “Posso dirvi, proprio come Mario Draghi, ‘whatever it takes’, ovvero tutto il necessario. Quindi questo è un obiettivo che vogliamo realizzare, raggiungere, e faremo del nostro meglio per portare a termine questa operazione di fusione e acquisizione”. Messina sostiene che “abbiamo presentato una buona offerta agli azionisti di Monte Paschi di Siena“, aggiungendo che “possiamo anche garantire qualcosa che oggi manca a Mps, la serenità, la trasparenza nel processo di governance”, per creare un “porto sicuro per gli azionisti” del Monte.
In parallelo, gli azionisti di Unipol hanno votato in assemblea a favore dell’aumento di capitale fino a 2,5 miliardi di euro funzionale all’acquisizione di parte della rete di Mps da Intesa Sanpaolo, nel caso in cui l’Opas dovesse andare a buon fine. Le filiali che saranno vendute da Intesa a Unipol saranno successivamente girate a Bper, di cui il gruppo assicurativo è azionista di riferimento, creando così il secondo gruppo bancario italiano per sportelli, con una posizione di assoluto rilievo anche in Toscana.
Leonardo Testai
