Claudio Terrazzi, consigliere delegato di Confindustria Toscana Centro e Costa con delega all'educazione e alla formazione
“Il sistema della formazione professionale in Toscana è lento e manca di una guida strategica. Ad esempio, ci sono troppi corsi di formazione tutti uguali, ma così disperdiamo le risorse. Vorrei che venissero eliminate le sovrapposizioni e che nell’offerta formativa ci si concentrasse sul lavoro che c’è e che non trova risposte”. Claudio Terrazzi – consigliere delegato di Confindustria Toscana Centro e Costa con delega all’Education e alla Formazione e presidente della Scuola di Scienze Aziendali e Tecnologie Industriali “Piero Baldesi”, vorrebbe lanciare una grande campagna informativa “per promuovere il lavoro che c’è e che però non si cerca”. Anzitutto il lavoro tecnico.
Da imprenditore, prima ancora che da consigliere delegato di Confindustria Toscana Centro e Costa con delega all’Education e alla Formazione, qual è oggi il principale divario che vede tra il sistema educativo e le esigenze delle imprese?
“Quello che produce il mondo della formazione non corrisponde al fabbisogno delle aziende. Il taglio che viene dato alla formazione è troppo teorico e poco pratico. E si entra troppo tardi nel mondo del lavoro”.
Molte aziende denunciano la difficoltà a trovare personale qualificato, mentre tanti giovani faticano comunque a trovare un’occupazione soddisfacente. Come si spiega questo apparente paradosso?
“Domanda e offerta si incontrano difficilmente. Le aziende cercano competenze specifiche e qualificate, mentre ai giovani mancano prospettive e stabilità in un mondo che è cambiato per costi ed esigenze. Sul tema, tanto discusso dei salari, la soluzione non può venire solo dal mondo delle imprese, che già soffrono sufficientemente di non competitività per un costo del lavoro troppo alto”.
L’intelligenza artificiale sta trasformando rapidamente il mercato del lavoro. Quale impatto avrà?
“Le persone tra i 45 e i 65 anni che lavorano già dovranno affrontare un cambiamento importante che può essere fronteggiato solo con formazione adeguata. Sicuramente è più avvantaggiato chi si affaccia adesso al mondo del lavoro, con le adeguate competenze è una grande opportunità”.
Ne parliamo tutti i giorni, ma sull’Ai non c’è ancora un grande piano formativo: perché?
“L’Ai va veloce ma il “sistema” della formazione è lento e soprattutto è senza una guida strategica”.
Cosa intende dire?
“Il sistema dovrebbe essere orientato da un concetto molto semplice: quale formazione fare in base alle esigenze del mercato. E’ quello che, nel nostro piccolo, cerchiamo di fare in Confindustria. Cerchiamo, ad esempio, di evitare sovrapposizioni, cioè più corsi sulla stessa materia”.
Gli Its registrano tassi di occupazione molto elevati e rappresentano una delle esperienze di maggior successo nel collegamento tra formazione e impresa. Cosa ne pensa?
“Gli Its anzitutto hanno bisogno di avere una stabilità finanziaria. Personalmente sono contrario alla gratuità dei corsi. O meglio: a una gratuità generalizzata. La gratuità dovrebbe essere legata ai parametri di reddito, per aiutare gli studenti che vivono nelle famiglie più bisognose. Sono un grande opportunità per i ragazzi, per questo vanno valorizzati meglio sia come promozione fra famiglie, ragazzi e imprese sia come valore legale. L’intuizione degli Its è stata vincente, perché riescono a rispondere alle esigenze delle imprese con i tempi delle imprese”.
Anche l’università è chiamata a confrontarsi con un mercato del lavoro in profonda evoluzione. Quali cambiamenti dovrebbe introdurre per rispondere meglio alle esigenze del sistema produttivo senza rinunciare alla propria missione culturale?
“L’università deve diventare più elastica, più veloce, più smart. E gli studenti vanno fatti entrare nel mondo del lavoro prima e meglio”.
La Toscana continua a formare giovani di talento che spesso scelgono di costruire la propria carriera fuori regione. Che cosa manca oggi al nostro territorio per trattenere queste competenze e attrarne di nuove?
“Non è un caso che Confindustria Toscana Centro e Costa abbia focalizzato il suo mandato sulla “reindustrializzazione”: un processo per costruire una manifattura diversa, più innovativa e più appetibile. Oggi, in Toscana, evidentemente non ci sono abbastanza motivazioni appetibili per lavorarci. Se chi si forma in Toscana poi si impiega in un’altra regione, significa che manca attrattività. Poi incide anche il costo della vita, ovviamente, e in testa metto quello dell’alloggio”.
L’offerta formativa messa in campo dalla Regione Toscana è sufficiente? Ed è ben indirizzata?
“E’ sufficiente, ma va coordinata di più. Va indirizzata meglio, perché ci sia meno dispersione di attività”.
Da presidente della Scuola di Scienze Aziendali e Tecnologie Industriali “Piero Baldesi” ha un osservatorio privilegiato sul rapporto tra formazione e imprese. Quali sono oggi le figure professionali più richieste dalle aziende e quali professioni, invece, immagina che saranno protagoniste nei prossimi cinque-dieci anni?
“Prima di dire quali figure serviranno, bisogna fare un ragionamento generale. E’ evidente che l’intelligenza artificiale cambia radicalmente il mondo del lavoro. Ebbene, se questo è vero, è chiaro che la skill principale non sarà un mestiere: sarà la capacità di reinventarsi, di riformarsi, di adattarsi alle nuove esigenze del lavoro. Servirà flessibilità e resilienza. Dobbiamo smetterla di considerare qualsiasi rimessa in discussione come un fallimento”.
Venendo ai mestieri: cosa mancherà nei prossimi anni?
“Mancheranno specialisti di intelligenza artificiale, certo. Ma più banalmente oggi le piccole aziende soffrono, per esempio, perché non trovano personale amministrativo, cioè non trovano addetti all’amministrazione. Praticamente quello che un tempo era il ragioniere non esiste più. Le competenze sì, ma chi si laurea spesso ha aspettative diverse che quella di impiegarsi in una piccola azienda o microazienda. Noi, infatti, come Scuola di Scienze Aziendali andremo a potenziare proprio questo tipo di offerta formativa per andare incontro alle richieste delle imprese anche piccole e piccolissime.
Si sente anche un gran bisogno di ingegneri gestionali. Quelli che si laureano a Siena e a Firenze al penultimo anno di corso sono già tutti opzionati dalle aziende. Nelle piccole imprese, dove potrebbero fare la differenza, se ne sente tantissimo la mancanza.
E poi la formazione tecnica: va promossa di più. Servirebbe una grande campagna informativa e culturale per promuovere il lavoro che c’è e che non si cerca”.
Una priorità che vorrebbe vedere realizzata entro il termine del suo mandato?
“Penso che se riuscissimo a coordinare la formazione che esiste già, eliminando le sovrapposizioni, avremmo già fatto tantissimo. Magari liberando risorse per intercettare nuovi bisogni formativi”.
Cristiano Meoni
