Francesco Gaetano Caltagirone, azionista di Mps che ha lanciato l'allarme sullo spostamento della sede
C’è un disegno per incorporare il Monte dei Paschi in Bpm e portare la sede del gruppo da Siena a Milano? Non lo dice uno qualunque. Lo ha detto uno che è dentro le stanze del potere bancario: Francesco Gaetano Caltagirone, secondo azionista di Mps con il 10%. E lo ha detto in un’intervista al Corriere della Sera, una decina di giorni fa: uno “scoop” che sorprendentemente è passato liscio in Toscana e in particolare a Siena, dove è l’epicentro del cataclisma vaticinato dal costruttore romano.
Forse Caltagirone non è stato preso sul serio. Forse le sue parole sono state considerate solo veleno, la vendetta postuma dopo la sconfitta in assemblea dei soci, lui che voleva liquidare Lovaglio e invece è stato liquidato, non l’ha visto arrivare. Ma meritano di essere rilette, a mente fredda:
“Temo che il risultato della recente assemblea favorisca da un lato la fusione di Mps in Bpm distruggendo qualcosa che da cinque secoli esiste a Siena, e dall’altro che ci possa essere un nuovo assalto al risparmio italiano. Ho la percezione che esistano forti istanze perché in un’eventuale fusione tra Bpm e Mps sia Bpm a incorporare Mps e non viceversa, con l’effetto di spostare la sede a Milano e disperdere sia l’indotto sia quel tesoro di professionalità che si è accumulato negli anni nella più antica banca del mondo”.
Mi sono ricordato di queste parole qualche giorno dopo, esattamente giovedì mattina, leggendo ancora sul Corriere – coincidenza ambrosiana? – di dossier aperti da alcune banche d’affari sull’ipotesi di integrazione tra Mps e Bpm. Un articolo molto dettagliato, fra l’altro. Morgan Stanley non compare casualmente: è stata uno degli advisor principali dell’operazione Mediobanca-Mps, mentre Bnp Paribas è molto presente nel finanziamento e nelle operazioni di mercato di Banco Bpm.
Ieri l’ad di Mps Luigi Lovaglio ha smentito l’esistenza di qualsiasi ipotesi di nozze con Bpm. Non poteva far altro, anche perché prima dovrà completare l’integrazione con Mediobanca che porterà via tutto il 2026. E dunque se ne riparlerà nel 2027. Ma il mercato crede alla fusione e gli advisor si sono messi seriamente al lavoro sul dossier del “terzo polo bancario nazionale” da 450 miliardi di attivi.
Una fusione tra due campioni. Monte dei Paschi è il terzo gruppo bancario italiano per capitalizzazione (27-28 miliardi), Bpm il quinto (19 miliardi). Mps ha duemila filiali ed è forte nel Centro e nel Sud, Bpm nel Nord e in Toscana. Mps ha già nel capitale Bpm (3,7%) che nell’ultima assemblea si è schierata con l’ad uscente Lovaglio. E ora Mps ha anche Mediobanca, cioè una banca d’affari. Dunque il terzo polo non sarebbe più solo un matrimonio fra banche commerciali forti e radicate nei propri territori d’elezione, ma una integrazione di asset complementari (retail e investment bank) e di aree diverse. Sposi perfetti per le nozze. Con un celebrante: Credit Agricole.
La Banque Verte francese è recentemente salita al 22,8% nel capitale di Bpm ma non ha voluto altri posti nel cda. Il profilo è tradizionalmente basso. Con i propri quattro consiglieri forse non detta legge a piazza Meda, ma certo la sua parola conta parecchio, essendo quella del primo azionista. In caso di integrazione tra Monte dei Paschi e Banco Bpm, secondo lo studio fatto da Bnp Paribas, in alcune regioni verrebbe a crearsi una concentrazione di mercato che non è consentita dalle regole antitrust. In particolare, il nuovo soggetto supererebbe tali limiti di concentrazione in Lombardia, Veneto, Liguria e Toscana e sarebbe così costretto a vendere 130 sportelli in queste aree, per un controvalore stimato in 730 milioni. Alcune decine di filiali sarebbero in Toscana, nelle province meridionali e costiere dove maggiore è la sovrapposizione tra Mps e Bpm.
E a chi venderle? Le parole di Caltagirone fanno alludere a Credit Agricole, e non solo perché Bpm, e dunque Agricole, ha votato per la conferma di Lovaglio: anche per un precedente storico. Quando nel 2007 dalla fusione tra Banca Intesa e Sanpaolo Imi nacque Intesa San Paolo e l’Antitrust impose al nuovo soggetto la cessione di sportelli, fu Credit Agricole ad approfittarne rilevando le reti di Cariparma, FriulAdria e Carispezia. E altrettanto potrebbe fare con le nozze Mps-Bpm, per proseguire la penetrazione sul mercato italiano. In Toscana l’Agricole ha già un’ottantina di sportelli.
Ma “l’assalto al risparmio italiano” denunciato da Caltagirone nell’intervista non è l’unico problema che deriverebbe dalla fusione. Negli ambienti finanziari milanesi si dà pressoché per scontato che la sede legale del futuribile gruppo bancario sarà a Milano. Perché Bpm è Milano, Mediobanca è Milano e, dice una fonte vicina al dossier, “un gruppo che si pone sulla scena europea come terzo polo italiano non può che avere base a Milano”, con conseguente perdita di peso, prestigio e competenze per Siena. Contare molto meno in una banca più forte. A Siena, magari, questo rischio è sfuggito, oppure no.
Cristiano Meoni