A quasi un anno dalla pubblicazione del Manifesto sulla reindustrializzazione della Toscana (scritto con Stefano Casini Benvenuti e Alessandro Petretto), quale bilancio possiamo tracciare? Tre sono le prospettive: la diagnosi, la consapevolezza, il grado di urgenza.
Per quanto riguarda la diagnosi, possiamo concludere che avevamo visto giusto. Evidenze che il Manifesto avanzava in modo aneddotico sono state confermate – per certi aspetti in modo ancor più cogente – da analisi approfondite dell’IRPET e della Banca d’Italia. Nel Manifesto sottolineavamo le conseguenze e i rischi di una riallocazione dei fattori produttivi dalle attività ad alta produttività e alti salari verso settori a bassa produttività e bassi salari: in sostanza, dalla manifattura e dai servizi avanzati al terziario povero. Il rapporto annuale sull’economia toscana della Banca d’Italia dello scorso giugno conferma questa analisi legandola al deterioramento della capacità innovativa regionale. Studi approfonditi hanno inoltre validato l’impatto del progressivo invecchiamento del ceto imprenditoriale, causato dalle difficoltà nel ricambio generazionale – chiamiamolo l’“effetto Buddenbrook”, dal romanzo di Thomas Mann. Tuttavia, il Manifesto avrebbe dovuto porre maggiore attenzione nell’effetto indiretto delle politiche commerciali di Trump, che hanno spinto al riposizionamento competitivo della Cina con forti ripercussioni sull’economia toscana.
Sul versante della consapevolezza, si registra una chiara presa di coscienza sia a livello regionale sia nazionale. Il fatto che tesi analoghe alle nostre siano emerse nei mesi scorsi in altre realtà regionali – dal Nord al Sud del Paese – assumendo il testo toscano come punto di riferimento, dimostra la rilevanza del tema. Dal punto di vista normativo, è cresciuto il sostegno al modello a ESSE (Efficienza, Sostenibilità, Sicurezza ed Equità) posto alla base del rinnovamento produttivo della Toscana, insieme alla necessità di un coordinamento verticale tra i livelli istituzionali regionale, nazionale ed europeo nella definizione delle politiche industriali. Si è fatto strada anche il “nuovo partenariato” tra pubblico e privato proposto nel testo. Un esempio recente è il protocollo d’intesa per lo sviluppo e l’attrazione di investimenti esteri siglato da Regione e Confindustria Toscana. Questo approccio potrebbe essere adottato come metodo di lavoro tra operatore pubblico e imprese, grandi e piccole, con l’obiettivo comune di accorciare le catene del valore.
Riguardo al fattore temporale, il Manifesto puntava sull’orizzonte temporale dei cinque anni della nuova consiliatura regionale. Tuttavia, eravamo precedenti alla guerra in Medio Oriente, che ha rimescolato le carte accelerando l’urgenza di decisioni rapide. La Sicurezza – sia stricto sensu che allargata – nel nostro modello a ESSE si pone ormai come priorità assoluta. La valorizzazione della geotermia e delle rinnovabili, facendo leva su importanti iniziative recenti e superando le tensioni tra strategia generale e interessi locali, può fare della Toscana un hub energetico nazionale. A questo si aggiunge la necessità di colmare il gap di innovazione che l’economia toscana ha accumulato negli anni passati, in particolare rispetto al suo benchmark naturale: le regioni del Centro-Nord.
Guardando al futuro, le molte iniziative in cantiere dovrebbero trovare una sintesi nell’approccio “a matrice” proposto dal Manifesto, che combini obiettivi e strumenti ai diversi livelli livelli istituzionali. Basandosi sull’esperienza del PNRR e in sinergia con gli attori economici, sociali, le università e i centri di ricerca, la Regione dovrebbe presentare al governo il proprio contributo al Piano di sviluppo nazionale-regionale che sarà richiesto dal nuovo Quadro Finanziario Pluriennale dell’UE 2028-34. In parallelo, si dovrebbe proporre al governo la selezione di un’area geografica toscana come Area di Accelerazione Industriale – misura prevista dall’Atto di Accelerazione Industriale, proposto dalla Commissione europea e attualmente in discussione con le altre istituzioni comunitarie. Le Aree di Accelerazione Industriale sono territori specifici che beneficiano di procedure semplificate per attrarre investimenti che accelerino la decarbonizzazione. Esistono diverse aree in Toscana che hanno vocazione a riconvertirsi per creare veri e propri cluster industriali ad alta concentrazione di tecnologie pulite.
Altri si stanno già muovendo (si veda la cabina di regia tra gli assessori allo sviluppo economico delle Regioni del Nord – Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria ed Emilia-Romagna – per presentare al governo proposte congiunte). Giocando d’anticipo, la Toscana può posizionarsi in prima fila e influenzare le scelte nazionali e comunitarie su materie cruciali per il proprio modello economico e industriale.
(*) Marco Buti è titolare della Cattedra Tommaso Padoa-Schioppa all’Istituto Universitario Europeo: interverrà all’Assemblea 2026 di Confindustria Toscana Centro e Costa su “Sicurezza è Sviluppo” lunedì 6 luglio al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino.
Marco Buti (*)
