Silvia Donnini, consigliera delegata al lavoro e alle relazioni industriali di Confindustria Toscana Centro e Costa
Fare “asse” con i sindacati, per rendere più forti le ragioni della difesa dell’industria toscana, partendo dal potenziamento della formazione per i lavoratori che devono riconvertirsi. Silvia Donnini, direttore Risorse umane e Affari legali di Carapelli spa, è nel board di Confindustria Toscana Centro e Costa, consigliera delegata al lavoro e alle relazioni industriali. In questa intervista propone un fronte comune con i sindacati toscani, per essere più forti nell’interlocuzione con le istituzioni (Regione in primis).
Ma partiamo dal problema con cui ogni giorno le imprese manifatturiere si confrontano: la difficoltà a reperire lavoratori, sia nelle professioni alte che in quelle basiche.
Le imprese toscane parlano continuamente di mismatch, di disallineamento tra tipologia di domanda e di offerta di lavoro. Ma siamo sicuri che il problema sia solo la mancanza di competenze? O c’è anche un problema di attrattività del lavoro industriale?
“Il tema esiste, non c’è dubbio. Domanda e offerta non procedono a braccetto. Credo che sia necessario ridurre il gap attraverso più strette relazioni tra industria, scuola e università. L’Its è uno strumento di questo processo, ma va implementato”.
Molti imprenditori lamentano di non trovare personale. Ma le aziende stanno davvero cambiando organizzazione, welfare, turni, comunicazione?
“Le aziende stanno lavorando per essere più attrattive, su diversi fronti: l’equilibrio tra lavoro e vita privata è un processo graduale che richiede visione e tenacia, e non è a costo zero. L’azienda può fare molto ma il “sistema” deve aiutarla: parlo anche del mondo sindacale”.
C’è un problema di percezione: molti ragazzi pensano che in fabbrica si guadagni poco e si lavori male. È ancora vero?
“E’ una percezione che esiste ma che è dovuta alla poca conoscenza del mondo produttivo. La fabbrica non è come la si immagina, come cioè lo era nel secolo precedente. Oggi in azienda si fa parte di un progetto”.
Quanto contano ambiente di lavoro, welfare aziendale, formazione e crescita interna rispetto allo stipendio?
“Moltissimo. In un normale colloquio di lavoro, certo, si parla anche del “netto a pagare”, ma le domande più frequenti riguardano il “come si vive” in azienda; se ci sono opportunità di crescita; quanto si investe in formazione; come si integra tutto ciò con i tempi di vita. In azienda ci si deve sentire parte integrante di un ambiente. Ad esempio, il welfare: non è solo mettere a disposizione dei lavoratori un asilo nido per i propri figli, ma va declinato a seconda delle necessità e accompagnato da premi di produttività”.
Cosa avete in programma per riavvicinare le persone alla fabbrica?
“Bisogna comunicare meglio il lavoro nell’industria come un mondo in evoluzione, un mondo “futurista”. Dove l’intelligenza artificiale aiuta a lavorare meglio”.
La sostenibilità resta un tema centrale o è stata oscurata da temi più urgenti, come la stessa sopravvivenza dell’industria, in un periodo storico mai così complesso? E’ ancora una priorità?
“Per me sostenibilità è una cultura aziendale, una consapevolezza da cui non si può tornare più indietro. Mettere la persona al centro dell’impresa, prendersi cura del capitale umano attraverso tanti strumenti. Nella mia azienda, la Carapelli, solo per fare un esempio sugli orari di lavoro, abbiamo introdotto una modifica dell’orario: si fanno 8 ore e un quarto al giorno e il venerdì l’uscita è anticipata alle 14.30. Sostenibilità è anche creare percorsi di talento e sviluppo per i lavoratori senior, per consentirgli di stare al passo con la tecnologia”.
La Toscana è alle prese con una deindustrializzazione strisciante. Gli imprenditori possono farcela da soli?
“No. Dobbiamo fare sistema. E per fare questo bisogna partire dal rapporto con le organizzazioni sindacali. E’ il primo punto: concertare una strategia insieme ai sindacati, un cammino comune per la tutela delle attività economiche e del lavoro; fare asse per rendere le istanze del mondo produttivo più forti nel confronto con le istituzioni, per cercare ipotesi di riconversione e protezione delle situazioni più critiche. Coi sindacati c’è già un’interlocuzione in corso”.
Cosa vorrebbe portare a compimento nel suo mandato di consigliera delegata di Confindustria Toscana Centro e Costa? Un obiettivo a portata di mano, ma anche un obiettivo difficilmente raggiungibile ma a cui tendere.
“Creare un asse tra associazioni datoriali, sindacati e istituzioni per proteggere il valore industriale della Toscana”.
E un tema su cui intervenire subito?
“Investire sull’occupazione. Dare la possibilità ai lavoratori che fruiscono di ammortizzatori sociali di fare tanta formazione affinché possano anche reinventarsi. La formazione non è apprendimento solo professionale ma fa parte dello sviluppo della persona”.
Sono sufficienti i percorsi di formazione attuali?
“No. Mi rendo conto che è un problema economico, ma da qui passa il futuro del sistema produttivo toscano”.
Cristiano Meoni