Se in tutto il Sud Italia divampa la protesta dei Tir contro il caro-gasolio, con i mezzi pesanti che bloccano le principali arterie stradali, i caselli autostradali e gli snodi portuali, la mobilitazione non si è ancora estesa al centro-nord. Ma ciò non vuol dire che la categoria non viva un profondo malessere anche in Toscana: tra l’impennata del gasolio, i rincari delle manutenzioni e le difficoltà di rivalsa sulla committenza, le imprese dei trasporti stanno esaurendo le riserve di cassa. Col rischio, in prospettiva, che alcuni decidano di chiudere.
La convocazione del tavolo con il Governo per il 27 ottobre è il prossimo step: ma il coordinamento delle associazioni dell’autotrasporto Unatras auspica che la riunione “possa essere anticipata vista l’urgenza”. Da febbraio ad oggi, l’aumento del carburante ha inciso pesantemente sui bilanci. A tracciare la stima è Michele Santoni, presidente regionale e nazionale di Cna Fita: “Da febbraio ad oggi – sostiene – con un aumento di 20 centesimi al litro, vuol dire che ogni anno per ogni veicolo siamo nell’ordine di 20.000 euro in più, quindi quasi 2.000 euro al mese a mezzo“.
Il nodo dei contratti (e del price cap)
Se nel Mezzogiorno si registrano blocchi stradali, al Centro-Nord la tensione è altissima ma non sfocia nei blocchi. A chiarire l’origine del divario è Roberto Tegas, presidente di Confartigianato Trasporti Toscana e vicepresidente nazionale: “Le aziende del Nord hanno la maggior parte dei contratti scritti”, spiega, e “in automatico chi ha un contratto scritto si vede applicato il fuel surcharge, ossia il rimborso dell’eccesso di spesa del gasolio”. A Nord questo adeguamento è capillare, mentre a causa della maggiore diffusione dei contratti verbali “al Meridione l’ha solo il 4%, perché lavorano in mano alle agenzie, quindi per loro è un problema serio”. Per questo la richiesta al Governo contempla sia lo sblocco “dei fondi frenati dalla burocrazia”, che “l’adeguamento del Fuel surcharge a tutti i contratti di trasporto scritti e non scritti”, dice Santoni.
A complicare il quadro c’è un cortocircuito legato al “price cap”. La maggioranza dei vettori non si rifornisce alle pompe su strada. Come spiega Santoni, “il 70-80% dei nostri rifornimenti viene fatto in quello che viene chiamato extrarete, ovvero le cisterne private che l’azienda ha sul proprio deposito”. In questo canale c’è l’amara sorpresa: “Io contatto il grossista, viene il camion a rifornire la mia cisterna e ad oggi siamo intorno ai 2,34-2,35 euro con l’Iva, quasi 20 centesimi oltre il price cap“. Questo penalizza le imprese, “perché non abbiamo la possibilità di ribaltare alcuni costi alla committenza”, dice il presidente di Cna Fita. Ma per aziende strutturate che consumano centinaia di migliaia di litri, la cisterna privata non è un capriccio ma una necessità pratica.
Non c’è solo il gasolio, anche gomme e ricambi
I bilanci soffrono per tutti i costi operativi. Tegas avverte: “Aumentando il carburante aumenta tutto ciò che corrisponde: le manutenzioni, i ricambi, le gomme”. In più cresce l’apprensione per le norme europee: “Siamo preoccupati – spiega l’esponente di Confartigianato – perché a breve arriverà l’Ets, che è la sovratassa per chi inquina. Se si carica ancora sul trasporto, il gasolio salirà ulteriormente. Il camion elettrico? Passeranno secoli prima dell’adozione. Ci hanno invitato alla presentazione di Scania, sono belli ma hanno un costo enorme, esagerato”.
L’eventuale blocco delle flotte rischia di scaricarsi sui rifornimenti alimentari, col rischio di rincari speculativi sul carrello della spesa. “Quando arrivi a lavorare in perdita duri pochissimo – avverte Santoni -, e chi è più scaltro chiude i battenti prima”. Ciò comporta il pericolo che “cominceranno a mancare le merci”, osserva il presidente di Cna Fita, citando poi l’esempio della Brexit: «Quando hanno perso 20.000 conducenti, sono stati costretti ad affidare le consegne inderogabili all’esercito, creando un problema di tenuta sociale”.
