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15 agosto 2026

Caro energia, la Toscana è la quarta regione più a rischio

Le cause: la forte presenza di industrie energivore e dipendenti dal petrolio. Livorno sesta in Italia, male anche la Lucchesia.

Un operaio al lavoro alla Lucart: l'industria cartaria è tra le più esposte agli choc energetici

Un operaio al lavoro alla Lucart: l'industria cartaria è tra le più esposte agli choc energetici

La Toscana è la quarta regione italiana più vulnerabile a uno shock dei prezzi dell’energia. Peggio fanno soltanto Emilia-Romagna, Veneto e Sicilia, mentre subito dietro si colloca l’Umbria. Un risultato che colloca la regione in una posizione di particolare esposizione e che assume un significato ancora maggiore in una fase nella quale il costo dell’energia è tornato a rappresentare una delle principali incognite per il sistema produttivo.

A misurare la vulnerabilità dei territori è un’analisi realizzata da OpenEconomics attraverso la piattaforma Civiqa, che ha costruito un Indice di esposizione energetica utilizzando dati Istat, Eurostat e Terna. Lo studio non misura semplicemente quanta energia viene consumata, ma cerca di stimare quanto un aumento dei prezzi possa propagarsi nell’economia di un territorio attraverso la sua struttura produttiva e le sue filiere.

L’indice considera infatti tre fattori: l’intensità energetica delle attività economiche presenti sul territorio, l’esposizione indiretta delle filiere produttive e la dimensione demografica e occupazionale coinvolta. Le diverse componenti vengono combinate in modo moltiplicativo, facendo emergere soprattutto le aree nelle quali più fattori di vulnerabilità si sovrappongono.

Ed è proprio questo uno dei problemi della Toscana. La regione presenta una vulnerabilità che lo studio definisce “mista”: da una parte la presenza di attività manifatturiere ad alto consumo energetico, dall’altra la dipendenza di alcune economie locali da filiere particolarmente sensibili all’andamento dei combustibili e dell’energia.

Livorno sesta in Italia

Il caso più evidente è Livorno, che raggiunge un indice di esposizione pari a 99 su 100 e si colloca al sesto posto assoluto in Italia. Davanti ci sono soltanto Cagliari, Taranto, Brindisi, Siracusa e Terni, tutte con un indice pari a 100.

Livorno precede così territori a forte vocazione industriale come Ferrara (98), Verona (96), Ravenna (95), Vicenza (94), Bergamo (93), Brescia e Modena (92), Reggio Emilia (91) e Mantova (90).

Ma il problema toscano non si esaurisce affatto a Livorno. La mappa dell’esposizione mostra livelli elevati anche in altre parti della regione. Fra le aree maggiormente vulnerabili figurano Rosignano e Piombino lungo la costa, Lucca, la Media Valle del Serchio e la Garfagnana, oltre a Massa, Carrara e la Lunigiana.

La geografia del rischio finisce così per sovrapporsi in buona parte a quella della Toscana industriale.

Nell’area lucchese pesa in particolare il distretto cartario, caratterizzato da processi produttivi ad alta intensità energetica. Lo studio richiama inoltre il peso delle vetrerie toscane. Sulla costa entrano invece in gioco attività industriali, portuali, logistiche e legate alla filiera energetica, con una particolare concentrazione nell’area livornese (raffineria Eni, porto di Livorno, polo chimico Solvay, acciaierie di Piombino).

Due tipi di vulnerabilità

Il confronto con il resto d’Italia aiuta a comprendere il dato toscano. Nelle regioni settentrionali più esposte il rischio deriva soprattutto dalla forte concentrazione manifatturiera. L’Emilia-Romagna, prima nella graduatoria, presenta una forte presenza di settori energivori, dalla ceramica alla meccanica pesante, dal packaging alla chimica di processo. In Veneto incidono, fra gli altri, i comparti della concia, della siderurgia e della manifattura pesante.

Nel Mezzogiorno la vulnerabilità assume invece caratteristiche differenti: pesano maggiormente raffinerie, petrolchimica, siderurgia e grandi infrastrutture portuali, come avviene nelle aree di Taranto, Brindisi, Priolo e Augusta.

La Toscana presenta elementi di entrambe le situazioni: industria manifatturiera ad alta intensità energetica e, contemporaneamente, territori fortemente legati alle filiere energetiche, industriali e logistiche. È questa combinazione a contribuire al quarto posto nella graduatoria nazionale.

La geotermia non aiuta

Un risultato che può apparire sorprendente considerando il peso delle fonti rinnovabili nella regione e, in particolare, della geotermia. La produzione rinnovabile rappresenta infatti una componente importante del sistema elettrico toscano, ma non elimina l’esposizione di industrie e filiere che continuano a dipendere dal gas, dai combustibili e dal costo complessivo dell’energia.

Lo studio mette del resto in evidenza come la capacità delle rinnovabili di attenuare gli effetti di uno shock cresca soprattutto quando la loro penetrazione raggiunge livelli molto elevati. Ed evidentemente la geotermia toscana non ha queste caratteristiche.

Il dato finale resta quindi quello della vulnerabilità del sistema produttivo. Un aumento consistente e prolungato dei prezzi energetici non avrebbe effetti uniformi sul territorio nazionale: colpirebbe con maggiore intensità proprio le economie nelle quali maggiore è il peso delle produzioni energivore e delle filiere esposte. E la Toscana, secondo l’analisi OpenEconomics-Civiqa, è fra le regioni italiane che hanno più da perdere. (em)

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