Si alza il livello di allarme sul futuro di Monte dei Paschi di Siena. Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin intervengono con una nota congiunta per chiedere che il risanamento dell’istituto non diventi «il presupposto dello smembramento della banca». Una presa di posizione che arriva nel pieno della partita aperta dall’Opas lanciata l’8 giugno da Intesa Sanpaolo sulla totalità di Mps, per un valore iniziale di 30,6 miliardi di euro.
Il timore dello “spezzatino”
Il nodo è proprio la struttura dell’operazione. Per superare i problemi Antitrust, Intesa ha sottoscritto un accordo vincolante con Unipol che, in caso di successo dell’offerta, comporterebbe di fatto la divisione dell’attuale Monte. Intesa manterrebbe Mediobanca, il suo marchio e circa 625 filiali Mps; a Unipol verrebbe invece ceduta un’entità bancaria comprendente il marchio Mps, circa 635 filiali e gran parte delle strutture e attività centrali necessarie a operare autonomamente, per un corrispettivo stimato fra 3 e 3,5 miliardi. Questa seconda componente è destinata a confluire nell’orbita Bper.
È questo scenario a far scattare l’intervento unitario dei sindacati. «Il risanamento non può trasformarsi nel presupposto dello smembramento della banca», scrivono Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin, ricordando che il rilancio del Monte è arrivato dopo un percorso particolarmente impegnativo, sostenuto anche da «un rilevante intervento pubblico».
Per le organizzazioni sindacali sarebbe quindi «illogico, oltre che incoerente, sotto il profilo industriale, economico e sociale» che il futuro di una banca riportata in condizioni di solidità possa coincidere con «la frammentazione delle attività» e «la dispersione della rete commerciale».
Sindacati: tutelare anche Siena e i centri decisionali
Ma l’allarme non riguarda soltanto gli sportelli. Un passaggio particolarmente significativo della nota riguarda infatti la struttura direzionale del gruppo. I sindacati mettono in guardia dal «venir meno del ruolo e della consistenza della direzione generale e dei poli decentrati»: un tema particolarmente sensibile per Siena, dove hanno sede la banca e le sue principali funzioni centrali.
A questo si aggiunge la questione dell’identità stessa dell’istituto. Secondo le cinque sigle, il riassetto non può tradursi nella «sostanziale cancellazione di uno dei marchi più prestigiosi e storicamente significativi del sistema bancario». L’integrità di Mps viene dunque indicata come un valore non soltanto occupazionale, ma industriale, economico e territoriale.
La stessa preoccupazione era stata manifestata fin dall’annuncio dell’Opas dal presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, che aveva assicurato l’impegno delle istituzioni a «difendere la toscanità di Mps», chiedendo che la banca mantenga «la sua attività, il suo cervello, i suoi lavoratori a Siena e in Toscana».
Bpm si sfila, resta l’offerta Intesa
Nel frattempo lo scenario si è ulteriormente ristretto. Banco Bpm ha abbandonato nei giorni scorsi il progetto di aggregazione con Mps, che rappresentava la principale alternativa industriale all’offerta di Intesa. Il Monte, forte anche di risultati semestrali superiori alle attese, sta valutando le possibili contromosse. L’amministratore delegato Luigi Lovaglio ha già espresso una valutazione fortemente critica sul progetto di divisione dell’istituto, sostenendo che avrebbe l’effetto di distruggere valore.
È in questo passaggio della partita sul futuro del Monte che arriva la presa di posizione dei sindacati: dopo gli anni del risanamento, sostengono, la priorità deve essere preservare l’unità della banca, la rete commerciale, le strutture decisionali e il radicamento territoriale del gruppo. (em)
