Un manifesto d’azione condiviso tra istituzioni, imprese, sindacati, mondo della cultura e della scuola per governare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale mettendo al primo posto la dignità del lavoro e il valore strategico delle competenze: è il ‘Codice di Firenze’ proposto da Lapo Baroncelli, presidente di Confindustria Toscana Centro e Costa, all’incontro ‘La Magnifica Humanitas e il nuovo umanesimo’, promosso dall’associazione insieme al Centro Studi Internazionale Papa Leone XIV in uno dei luoghi simbolo dell’Umanesimo fiorentino, tra le navate del Chiostro dei Morti nel convento agostiniano di Santo Spirito.
“Non c’è progresso se il lavoro umano diventa marginale”
L’avvento dell’intelligenza artificiale rappresenta per il tessuto industriale non un semplice miglioramento di processo, ma un vero e proprio salto di paradigma produttivo: e Baroncelli ha spiegato così le motivazioni del coinvolgimento diretto degli imprenditori su un tema apparentemente pastorale, che prende le mosse dall’enciclica di Papa Leone. “L’intelligenza artificiale – ha detto – è un pezzo fondamentale della reindustrializzazione del territorio, ma deve essere un acceleratore e uno strumento, non la protagonista assoluta. E’ come l’arrivo della lampadina di fronte alla candela, o della stampa a caratteri mobili nel Quattrocento: una tecnologia che non migliora un singolo settore, ma ridisegna le fondamenta di tutti i comparti. La sfida che ci consegna l’enciclica è chiarissima: non esiste vero progresso economico se il lavoro umano viene ridotto a variabile marginale del sistema produttivo”.
Da qui la proposta del ‘Codice di Firenze’, per “fissare le nuove metriche del nuovo umanesimo”, ha evidenziato il presidente di Confindustria Toscana Centro e Costa, lavorando a un documento condiviso “che parta dal presupposto del valore strategico del lavoro qualificato come primo fattore competitivo della nostra economia”, perché “governare questa rivoluzione significa anzitutto investire nella formazione permanente delle persone; nel rafforzamento delle competenze tecnologiche e digitale; nelle politiche attive che sostengano sia la mobilità professionale, sia l’adattabilità dei sistemi produttivi; nella sicurezza dei dati e delle infrastrutture; nella partecipazione del capitale umano ai processi e nella costruzione di una contrattazione collettiva evoluta che accompagni le trasformazioni tecnologiche continue”.
“L’Ia può essere veleno, facciamo che sia medicina”
Per Stefano Zamagni, docente di Economia Politica all’Università di Bologna, nel dibattito tipicamente “non si tiene conto del fatto che due anni e mezzo fa è entrata in circolazione l’intelligenza artificiale agentica“, ossia “modelli di intelligenza artificiale che agiscono da soli senza che l’operatore dia loro i comandi”. Tradotto nel linguaggio imprenditoriale, “mi rivolgo alla piattaforma e le chieo di trovarmi una strategia per aumentare la quota di mercato, per avere più clienti: quella va avanti per conto proprio, prende decisioni che sfuggono alle mani degli imprenditori. Alcuni cominciano a non dormire più di notte, perché può prendere una decisione per la quale sono costretti poi a chiedere scusa”.
Per definire la doppia natura dell’algoritmo Zamagni ha recuperato la categoria filosofica platonica del Pharmakon, che “nella lingua greca ha due significati, sia medicina che veleno”: l’appello è a non fermarsi a lamenti misoneisti, ma vigilare affinché il progresso operi da medicina. Per farlo, sostiene l’economista, occorre contrastare la deriva ideologica del transumanesimo: e tra le proposte spicca l’adozione dell’Habeas Mentem, “il diritto che ognuno di noi ha a conservare la propria mente”, come diritto umano fondamentale contro manipolazioni e profilazioni opache. E poi, coltivare nel sistema dell’istruzione le “character skills”, come il carattere, la resilienza, il giudizio, che non diventano obsolete a differenza delle competenze tecniche.
Un patto sociale per il lavoro nell’epoca dell’Ia
Patrizia Giunti, docente di Diritto Romano e presidente della Fondazione Giorgio La Pira, ha notato che se nel Novecento il principio di sussidiarietà è servito a tutelare i cittadini e le formazioni sociali dallo strapotere dello Stato, oggi lo Stato deve tornare ad assumere un ruolo attivo di baluardo pubblico per proteggere le persone dal monopolio privato di pochi attori finanziari e tecnologici sovranazionali che gestiscono la sovranità dei dati e condizionano decisioni pubbliche, mutui e diritti tramite algoritmi predittivi. E allo stesso tempo, ha sottolineato, nel campo del lavoro non serve un’ostilità cieca verso le macchine, ma “dobbiamo andare oltre i limiti giuridici per costruire un patto sociale dal quale emerga una tutela effettiva delle fasce deboli, altrimenti rischiamo poi di trovarci di fronte a serbatoi di rancore e di paura quali sono i ceti medi impoveriti“.
I partecipanti hanno concordato sulla necessità di governare i processi dell’innovazione e “soprattutto dell’intelligenza artificiale, che se in mano di pochi rischia di diventare pericolosa”, ha rimarcato la sindaca di Firenze Sara Funaro, secondo cui l’Ia governata in un processo condiviso “può diventare uno strumento utile”. Per l’arcivescovo di Firenze, monsignor Gherardo Gambelli, esiste “la necessità di mettere limiti che siano davvero vissuti non come un’imposizione, ma piuttosto come qualcosa di cui si percepisce la necessità proprio per salvaguardare i valori che noi abbiamo a cuore e che pensiamo siano quelli necessari per il bene dell’umanità”.
