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20 luglio 2026

L’AI che serve alle imprese non è ChatGPT: «Bisogna insegnare alle macchine la logica dell’azienda» 

Al Polo Tecnologico di Navacchio esperti a confronto sul tema del momento: come trasferire l’intelligenza artificiale nel processo produttivo

Da sinistra Mario Cimino, Cinzia Colosimo, Gualtiero Fantoni e Luciana Bertoncini

Da sinistra Mario Cimino, Cinzia Colosimo, Gualtiero Fantoni e Luciana Bertoncini

Per molte imprese l’intelligenza artificiale ha ormai un volto preciso: ChatGPT, o Gemini, o Claude. È lo strumento con cui si scrivono testi, si sintetizzano documenti, si cercano informazioni o si automatizzano alcune attività d’ufficio. Ma se l’obiettivo è trasformare davvero un’azienda, aumentandone competitività, innovazione e capacità di stare sul mercato, allora i grandi modelli linguistici generalisti non bastano più. 

È il messaggio emerso con chiarezza durante la presentazione del libro “La grammatica dell’AI in azienda – Agenti AI, ontologie e il nuovo lessico della fabbrica intelligente”, scritto da Gualtiero Fantoni, Mario Giovanni Cosimo Antonio Cimino e Giacomo Tazzini (edizioni Tecnologia & Innovazione), presentato al Polo Tecnologico di Navacchio davanti a imprenditori, ricercatori e professionisti dell’innovazione. 

La tesi illustrata nella tavola rotonda coordinata da Cinzia Colosimo, direttrice editoriale di Tecnologia & Innovazione, è semplice quanto rivoluzionaria: l’intelligenza artificiale che oggi utilizziamo tutti è stata progettata per rispondere a domande di carattere generale. Le aziende, invece, hanno bisogno di un’intelligenza artificiale che conosca la loro storia, i loro processi, i loro prodotti, le relazioni tra i reparti, le procedure interne e perfino il linguaggio specifico con cui lavorano ogni giorno. In altre parole, serve un’intelligenza artificiale che non ragioni sul web, ma sulla conoscenza dell’impresa. 

La conoscenza è già dentro l’azienda

Il concetto attorno al quale ruota il libro è quello di ontologia. Un termine che appartiene all’informatica e all’ingegneria della conoscenza e che indica una rappresentazione strutturata di un determinato dominio. L’ontologia in azienda? Organizzare e collegare tutto il patrimonio di conoscenze già presente affinché possa essere compreso anche dalle macchine. 

Ogni impresa possiede già un enorme capitale di conoscenza. È distribuito nei manuali tecnici, nei progetti, nelle procedure operative, nei database, nelle mail, ma soprattutto nelle persone che lavorano ogni giorno. Il problema è che questa conoscenza vive spesso in compartimenti separati. L’ontologia mette ordine in questo patrimonio, collega persone, documenti, prodotti, processi e competenze e costruisce una sorta di gemello digitale dell’azienda, interrogabile dall’intelligenza artificiale. 

«La soluzione risiede nell’insegnare all’intelligenza artificiale le logiche che regolano la nostra impresa», sintetizza Gualtiero Fantoni, professore associato all’Università di Pisa ed esperto di Ingegneria della conoscenza, Natural language processing e Analisi dei documenti tecnici. 

Ma Fantoni mette anche in guardia dall’entusiasmo che accompagna oggi ogni progetto di AI. «Non bisogna avere fretta. Le imprese che rischiano di più in questo passaggio epocale sono quelle che vanno di rincorsa. Per insegnare alle macchine ci vuole attenzione al dettaglio, precisione. Bisogna chiedere alle macchine la cosa giusta». Secondo il docente, la rivoluzione non porterà alla sostituzione delle persone: «La sostituzione dell’umano non ci sarà. Paradossalmente la figura che più rischia di scomparire è quella dell’amministratore delegato, e più di lui dei manager esecutivi che a lui riportano. L’amministratore delegato del futuro non dovrà occuparsi di gestione, ma di strategia, di innovazione. Dovrà essere quello che dà la linea». 

E’ un business, non un progetto dell’ufficio IT

Uno dei messaggi più forti arriva da Giacomo Tazzini, amministratore delegato di Erre Quadro, che invita a cambiare completamente prospettiva: «L’intelligenza artificiale non è la bacchetta magica. Quella generalista ha avuto una soglia d’accesso troppo facile: tutti possono utilizzarla, anche senza avere i necessari mezzi di comprensione». Quando entra in un’azienda, racconta, non parte mai dalla domanda più ovvia. «Quando vado in un’azienda non chiedo mai: “Tu usi l’Ai?”. Chiedo sempre: “A che punto sei con Industria 4.0?”». Per Tazzini il punto decisivo è un altro. «La mia esperienza mi dice che non è l’It che guida la trasformazione ma il business. I progetti che ho visto fallire sono quelli promossi dall’ufficio It, non da chi si occupa del business». E soprattutto mette in discussione un approccio oggi molto diffuso. «Sono destinati a fallire i progetti la cui domanda è: “Come posso risparmiare sul personale e ridurre i costi? Quante persone posso togliere con l’Ai?”. Il successo è dove le aziende riescono con l’Ai a fare più ricavi: più mercati, più gare. Vedo grandi margini per le piccole imprese toscane, ma solo se avranno consapevolezza».

La tecnologia cambia anche l’organizzazione

L’esperienza concreta arriva da Luciana Bertoncini, AI Process Engineer di Dumarey Flowmotion Technologies, una delle prime aziende manifatturiere ad avere sperimentato progetti di intelligenza artificiale, già prima del 2020. L’obiettivo iniziale era individuare automaticamente i difetti di produzione attraverso sistemi di computer vision, cioè di analisi intelligente delle immagini. Con il tempo, però, il progetto si è esteso a tutta l’organizzazione. «L’AI è un supporto alle persone, non la loro sostituzione», spiega. E indica tre condizioni indispensabili perché un progetto abbia successo: «Dovessi sintetizzare le tre cose da fare, metterei al primo punto la formazione: a tutti i livelli. Poi le regole: chi fa cosa, cosa voglio fare, che dati ho. Terzo, la questione etica: come fare bene sistemi di intelligenza artificiale senza che portino svantaggi agli utilizzatori».

C’è spazio per un diverso modello di Ai

Anche Mario Cimino, professore associato del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa e presidente della IEEE Task Force Intelligent Agents, ritiene che la prossima fase dell’intelligenza artificiale dovrà superare i limiti degli attuali modelli linguistici: «I modelli linguistici attuali rischiano di deviarci su strade sbagliate. Serve un modello verticale, che intercetti la sostanza umana che ora va persa. Non più modelli generalisti, ma modelli del mondo e modelli del pensiero». Una riflessione che, secondo Cimino, riguarda anche il ruolo dell’Europa: «Io sono orgoglioso di essere in Europa. Noi abbiamo un modello diverso da quello americano che mette la persona al centro. Regole e limitazioni ben vengano». Alla domanda finale – quale sarebbe il primo investimento da fare per un imprenditore che vuole avvicinarsi all’intelligenza artificiale? – la risposta è stata unanime: partire dalle competenze: «Manderei alcuni componenti dell’azienda a fare master e corsi sull’AI», afferma Cimino. E Fantoni rilancia con una proposta concreta: «Un master sulla scalabilità delle imprese in ottica AI, ad esempio, sarebbe il massimo». (cm)

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