L’economia della Toscana non è in recessione ma resta esposta a rischi internazionali, fragilità produttive e vulnerabilità sociali: il rapporto annuale dell’Irpet presentato a Firenze conferma indicazioni già emerse negli ultimi anni, raccontando una regione che regge, pur senza brillare, e che per il suo rilancio deve puntare sull’industria, sull’innovazione, sugli investimenti, anche sostenendo una ripresa della domanda interna per non dipendere in modo eccessivo dall’export. Secondo le stime Irpet il Pil manterrà segno positivo ma senza correre, con un +0,5% stimato sia per il 2026 che per il 2027. Positivi anche i dati su occupazione (+1,8% nel 2025 e +1,1% nel primo trimestre 2026), export (+12,6% al netto di metalli preziosi e raffinazione) e presenze turistiche (+3,8% nel 2025).

Il sentiment delle famiglie si polarizza
A pesare sul quadro complessivo resta invece la sofferenza della manifattura, con una produzione in calo dello 0,6% nel primo trimestre 2026, particolarmente accentuata nel sistema moda. Il dato regionale sulla produzione industriale, sottolinea Irpet, risulta peggiore di quello nazionale, con tassi di variazione negativi in modo costante dalla prima metà del 2022 e diffusi tra la gran parte delle produzioni che compongono il paniere industriale toscano. Sul piano sociale, l’indice sintetico di fiducia delle famiglie arretra da 113 a 110: aumenta la quota di famiglie che si percepisce relativamente povera, dal 10% al 15%, mentre cresce anche, dal 5 al 17%, la quota di nuclei che dichiara un miglioramento della propria condizione: un dato che segnala una polarizzazione, dunque, più che un peggioramento generalizzato.
“In un contesto internazionale connotato da incertezza e da tensioni legate alle crisi geopolitiche la Toscana ha tenuto, ora però è la fase del rilancio“, ha detto Nicola Sciclone, direttore di Irpet. Eugenio Giani, presidente della Regione, sceglie la via della positività (“la Toscana è una delle regioni virtuose d’Italia“, ha dichiarato), individuando nel rapporto Irpet “prospettive di occupazione e di crescita che non erano venute fuori nel modo dovuto e chiaro con altre rilevazioni di cui si era tanto parlato nei mesi precedenti”. Sembra un riferimento critico all’ultimo rapporto di Bankitalia, anche se Sciclone non vede grandi differenze fra i due lavori: “Non mi pare di aver colto nel rapporto di Banca d’Italia degli accenti diversi dal nostro”.
Arrivano i tavoli con le imprese e i sindacati
Dando seguito a quanto annunciato in occasione dello sciopero regionale dell’industria, Giani ha confermato che “la prossima settimana, martedì o mercoledì”, si svolgeranno i tavoli con i rappresentanti di imprese e sindacati che si pongono l’obiettivo di trovare soluzioni al momento di crisi dell’industria regionale, dicendo di aspettarsi che i partecipanti al tavolo “mi diano delle indicazioni molto concrete per poter sostenere, attraverso le politiche attive della Regione, coloro che hanno voglia di investire”.
Se il tavolo con il mondo delle imprese e i rappresentanti dei lavoratori, che Giani aprirà con l’assessore all’Economia Leonardo Marras, sarà incentrato sulle prospettive di sviluppo e sulla reindustrializzazione, l’altro tavolo specifico con le organizzazioni sindacali nasce per verificare se vi siano strade, anche tramite l’utilizzo dei fondi europei, per dare una risposta agli aspetti di un innalzamento generale dell’ambito retributivo, vedendo nella politica dei salari un elemento di motivazione per dare un forte impulso all’economia.
Due tipi di deindustrializzazione da valutare
L’analisi dell’Irpet, tuttavia, corregge il tiro sulle letture più allarmiste sulla dinamica dell’industria. Negli ultimi quindici anni il numero di imprese manifatturiere si è effettivamente ridotto in Toscana, in un contesto regionale che nel complesso conta oggi più imprese rispetto al 2012. Fatto 100 il numero di imprese manifatturiere attive nel 2012, la Toscana chiude il 2024 a un valore di 86,9, un calo che comunque risulta comunque più contenuto rispetto alla media nazionale, ferma a 85,3. Il quadro cambia se si guarda alle sole società di capitali, dove i ruoli si invertono (88,9 la Toscana contro 90,6 l’Italia). A livello territoriale, Prato e Massa-Carrara hanno contenuto il calo, mentre Siena, Pisa e Firenze hanno subito un ridimensionamento del numero di imprese attive di circa il 20% nell’arco di quindici anni.
Il cuore dell’analisi Irpet è la distinzione, netta e articolata, tra due concetti spesso confusi nel dibattito pubblico. Da un lato la “deindustrializzazione assoluta”, cioè una vera contrazione della base produttiva accompagnata da una perdita di capitale industriale: secondo i dati Istat sul valore aggiunto manifatturiero, le uniche contrazioni di questo tipo risalgono al 2009, anno della crisi finanziaria, e al 2020, con la pandemia, entrambe seguite da fasi di recupero. Al netto di questi due shock esogeni, non si ravvisa una contrazione della generazione di valore aggiunto, ma piuttosto una tendenziale stagnazione: “una incapacità manifesta di crescere più che una deindustrializzazione già avvenuta”, scrive Irpet.
Dall’altro lato c’è la “deindustrializzazione relativa”, che si verifica quando il peso della manifattura sul valore aggiunto o sull’occupazione totale diminuisce: un fenomeno che ha effettivamente riguardato sia la Toscana che l’Italia, con il peso del manifatturiero sul Pil regionale sceso dal 20% circa di metà anni Novanta al 17% del 2023. Anche questo processo, però, secondo Irpet, non sarebbe di per sé preoccupante: il rapporto mostra infatti che a livello internazionale non esiste una correlazione chiara tra peso relativo della manifattura e dinamica di crescita dell’economia, tanto che economie con manifatturiero più pesante non crescono necessariamente più delle altre.
“Dobbiamo scalare la catena del valore”
Per Irpet la criticità principale non riguarda dunque soltanto il numero delle imprese o la specializzazione in settori maturi, ma il posizionamento lungo le filiere, col rischio di una “deindustrializzazione funzionale”: ossia perdere progressivamente il controllo delle funzioni che generano più valore aggiunto, come progettazione, gestione del marchio, accesso diretto al mercato finale e coordinamento della filiera. Una tendenza che va in qualche modo invertita – sostiene Sciclone – con un maggior rilancio degli investimenti e dell’innovazione, per tentare di scalare la catena del valore, perché abbiamo un posizionamento non favorevole nelle funzioni che garantiscono la maggiore redditività, e dobbiamo ridurre questa dipendenza dall’estero in settori strategici. Il tema più evidente è quello dell’energia”.
In una fase come questa, secondo il direttore dell’Irpet, “noi abbiamo l’esigenza di non affidarci solo alla domanda estera, ma di rilanciare un grande assente della politica economica di questi ultimi 20 anni che è il rilancio della domanda interna“, a partire naturalmente dalla dimensione europea, però il rilancio della domanda interna significa anche sostegno ai redditi e tutela del potere d’acquisto dei salari. Questo si può fare anche su scala locale, non arretrando dal perimetro dell’intervento pubblico, quindi attraverso politiche di welfare, dei diritti di cittadinanza, di difesa della natura pubblica del servizio sanitario e dei servizi per l’impiego, attraverso l’agevolazione all’accesso agli asili nido e ai libri scolastici”.
Il rapporto individua nella produttività stagnante il vincolo più stringente alla crescita toscana, con un incremento medio annuo della produttività manifatturiera di appena lo 0,7% nel periodo 1995-2023, quasi interamente spiegato dalla capacità competitiva dei singoli settori (0,6 punti su 0,7), con una struttura produttiva che ha conservato un peso eccessivo ai comparti meno performanti. Il peso delle imprese medio-grandi (oltre 50 addetti) sul totale è cresciuto solo marginalmente rispetto al 2012, confermando la carenza di imprese di dimensione intermedia capaci di svolgere funzioni di raccordo con la domanda finale e di acquisire margini di potere di mercato. Il rapporto quantifica anche i canali di trasmissione delle difficoltà industriali al resto dell’economia: si stima che circa un terzo della produzione dei servizi toscani sia attivato dalla domanda intermedia proveniente dalle imprese manifatturiere regionali.
Leonardo Testai
