La domanda che tutti si fanno, in Toscana, è se il gruppo francese della moda Kering, che qui conta più di 5.600 dipendenti diretti tra uffici, fabbriche e negozi Gucci, Yves Saint Laurent, Balenciaga e AlexanderMcQueen (su un totale di 13.800 in Italia), potrà recuperare i livelli produttivi pre-crisi, quelli che hanno permesso a centinaia di aziende terziste – soprattutto pelletterie dell’area Scandicci-Valdisieve – di crescere e assumere e che, essendosi fortemente ridimensionati negli ultimi tre anni, ora stanno mettendo in ginocchio molte di esse. Il motore di questo indotto è sempre stato Gucci, che in Toscana conta centinaia e centinaia di fornitori.
Da 10 miliardi a 6 miliardi di ricavi in tre anni
Nel 2022, anno di massima espansione del gruppo francese, Gucci ha superato i 10 miliardi di euro di fatturato (10,5 miliardi) e contribuito per il 50% alle vendite di Kering (20,4 miliardi). Nel 2025, anno di massima crisi del gruppo francese, Gucci ha realizzato 5,99 miliardi di ricavi, rappresentando il 41% di quelli del gruppo (14,6 miliardi). Nel primo trimestre 2026 il marchio, fondato a Firenze nel 1921 da Guccio Gucci come bottega di pelletteria e articoli da viaggio, ha perso un ulteriore 14%.
Il piano di sviluppo fa perno ancora su Gucci
Dunque, cosa succederà dopo l’annuncio del piano di riorganizzazione (anzi, di riconquista, visto che è stato chiamato ‘ReconKering’) che guarda al 2030, fatto il 16 aprile alla Stazione Leopolda di Firenze dal ceo Luca de Meo, che – secondo quanto dichiarato – farà perno ancora su Gucci? La filiera produttiva è rimasta un po’ sullo sfondo nel discorso-fiume di tre ore che il manager ha tenuto di fronte ad analisti finanziari e stampa, e che si è concentrato molto sul recupero dei margini (11,1% nel 2025), sul retail (chiusura di 100 negozi dei vari marchi nel 2026 nel mondo, dimagrimento degli outlet), sul magazzino da tagliare, sull’offerta di prodotto da ridurre per tutti i brand, ma in particolare per Gucci (-20% di stock keeping unit). “Bisogna produrre meno ma meglio”, ha detto de Meo, che punta a rafforzare il segmento della pelletteria ‘Icon’ (dal 10 al 20%). Ma la frase che più interessa la Toscana è: “Dobbiamo rivedere l’intera struttura produttiva, semplificando il numero di prodotti”. Nessun allarme per i dipendenti interni: de Meo ha escluso riduzioni di personale.
La filiera produttiva di Kering è formata da 4.200 fornitori
Rivedere la struttura produttiva significa soprattutto mettere mano alla riorganizzazione della filiera Kering, oggi formata – a livello italiano – da 4.200 fornitori con il 25% di questi (un migliaio) che realizza il 98% della produzione, ha precisato il manager. Nessun concorrente di Kering ha una filiera produttiva così polverizzata, e ora la convinzione è di non poter andare avanti con questa frammentazione in un mercato in cui trasparenza e compliance hanno assunto un peso sempre più importante.
Le inchieste della Procura di Milano hanno acceso un faro sulla filiera
Oltre al fatto che le inchieste della Procura di Milano sullo sfruttamento di subfornitori cinesi lungo la filiera – che fino a oggi hanno coinvolto marchi del lusso come Armani, Loro Piana, Dior, Valentino, Tod’s – hanno acceso un faro sulla catena produttiva e cambiato l’approccio dei grandi marchi. Con una polverizzazione di questo genere è difficile fare controlli – è il ragionamento – non si può correre il rischio di avere anelli ‘deboli’ che rovinano l’immagine, è necessario investire sui fornitori più strutturati e più organizzati. Tradotto significa un cambio di passo e di network, anche (e soprattutto) per Scandicci: le piccole aziende da 5-6 o anche 10 addetti rischiano di essere sempre più marginali, aggregazioni e unioni stanno diventando strategiche.
Nasce l’Hub Industria a servizio di tutti i marchi di Kering
Va in questo senso la riorganizzazione annunciata da Kering intorno a cinque hub, tra cui l’Hub Industria che include una joint venture col gruppo HModa, il polo di terzisti che fa capo a Claudio Rovere e che comprende 19 produttori italiani di borse, scarpe, abiti e accessori per i grandi marchi del lusso (lo stesso gruppo ha creato una scuola per insegnare i mestieri artigiani che collaborerà con l’Accademia per le Eccellenze appena varata da Kering). Appartengono a HModa (300 milioni di fatturato 2025 e 1.500 dipendenti) una decina di aziende toscane, dalla pelletteria Gab di Campi Bisenzio (Firenze) al tessile-abbigliamento Beste di Prato; dalle lavorazioni in jersey Uno Maglia di Montevarchi (Arezzo) all’abbigliamento in pelle Alex&Co di Vinci (Firenze); dall’abbigliamento donna Albachiara sempre di Montevarchi alla stampa su pelle e tessuti Seriscreen di Rignano sull’Arno (Firenze); dalla pelletteria Taglionetto di Calenzano (Firenze) al lanificio Arca di Prato; fino alla piccola pelletteria Emmetierre di Scandicci e al Fustellificio Toscana di Figline e Incisa Valdarno. Nel percorso verso il ‘Next Luxury’ evocato da Kering, fatto di nuove tecnologie, nuove aspettative dei clienti, nuovi mercati e nuove categorie, la struttura industriale ha un peso fondamentale. “Vogliamo essere un punto di riferimento nel processo di filiera trasparente”, afferma il gruppo.
Silvia Pieraccini