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09 ottobre 2026

Distretto delle scienze della vita, la crescita si è fermata. I nodi? Trasferimento tecnologico (scarso) e startup (poche)

Una ricerca dell’Università di Siena mette in luce le criticità e i punti di forza. In dieci anni le aziende sono scese da 420 a 350. Cosa fare.

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Quanto tempo dedica un docente dell’Università di Firenze, Pisa o Siena che opera nel settore delle scienze della vita alla ricerca e al trasferimento tecnologico, cioè brevetti, spin-off, pubblicazioni, consulenze contoterzi e laboratori congiunti con le aziende? Solo il 50% del suo lavoro, perché l’altro 50% è assorbito dalla didattica e dalle incombenze burocratiche, amministrative e istituzionali.

Frenata la trasmissione di innovazione

Moduli da compilare, report da aggiornare, attività da rendicontare “rubano” tempo al trasferimento tecnologico e, a cascata, frenano la trasmissione di sapere e di innovazione alle aziende del distretto toscano delle scienze della vita, un “ecosistema” ramificato in tutte le province che, insieme con 350 aziende della chimico-farmaceutica, biotech, dispositivi medici, nutraceutica, software, comprende la Fondazione Toscana Life Sciences, il Biotecnopolo, il Digital Innovation Hub di Confindustria e il centro di competenza Artes 4.0.

La ricerca dell’Università di Siena

Lo dice la ricerca fatta da Lorenzo Zanni, Tommaso Pucci e Niccolò Fiorini del Dipartimento Studi aziendali e giuridici dell’Università di Siena sull’evoluzione dell’ecosistema delle scienze della vita in Toscana, presentata il 9 ottobre a Firenze nella sede di Confindustria Toscana Centro e Costa.

La stagnazione del distretto

Quella ricerca ha certificato una sorta di stagnazione del distretto delle scienze della vita che, dopo anni di crescita, dal post-Covid si è fermato: la nascita di nuove imprese sta rallentando e la scomparsa di imprese esistenti non è più evento sporadico (quelle attive erano 420 dieci anni fa, sono 350 oggi); l’occupazione non sta crescendo; il trasferimento tecnologico non produce i risultati attesi sulla base delle potenzialità. Elementi di criticità sono anche l’età media dei docenti universitari superiore a 55 anni, e la scarsità di risorse per pagare i ricercatori (con la conseguenza che molti se ne vanno, soprattutto all’estero), elementi che fanno sorgere la domanda: il sistema universitario toscano sarà in grado di accompagnare lo sviluppo delle scienze della vita come fatto in passato?

Riavviare la fase di sviluppo

La sfida è riavviare la fase dello sviluppo che si è interrotta. Le basi ci sono perché la Toscana può contare su un comparto del pharma di prim’ordine (con attori come Menarini, Eli Lilly, Gsk, Kedrion, Molteni, Abiogen), che nell’ecosistema delle scienze della vita è quello più strutturato, stabile e longevo, anche se è caratterizzato da bassa natalità di nuove iniziative imprenditoriali. Di certo – afferma il report – oggi serve più coordinamento tra i tanti soggetti dell’ecosistema delle life sciences.

Distretto solido ma poco attrattivo

“Il distretto è solido, anche se l’occupazione non cresce come in passato – ha spiegato Zanni – ma dobbiamo chiederci come rimediare alla scarsa capacità di mettere a terra i brevetti e come far sì che i giovani restino a lavorare nelle nostre aziende, rendendole attrattive”. Per non disperdere le competenze dei ricercatori universitari che oggi non hanno più contratti con gli atenei (per mancanza di finanziamenti), Zanni propone di metterli in contatto con le industrie del settore che potrebbero aver bisogno di quelle professionalità. Anche i servizi di supporto alle aziende devono evolvere: “Oggi abbiamo un sistema dei servizi innovativi che fatica ad essere all’altezza delle richieste”, ha detto Gianluca Angusti, presidente del Digital Innovation Hub Toscana.

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