L’ultimo allarme in Toscana è quello della Amom di Civitella in Val di Chiana, dopo che la casa madre – la svizzera Oerlikon – ha annunciato la chiusura, e la conseguente perdita del lavoro per i 70 dipendenti, con nessun margine di trattativa apparente. Ma quella dell’azienda aretina dell’oro e della bigiotteria è solo l’ultima vertenza di un quadro che vede oltre venti tavoli aperti in Regione, con 5mila posti di lavoro considerati a rischio, in una congiuntura sfavorevole per alcune specializzazioni storiche dell’industria regionale – in primis, il sistema moda – e prospettive di ripresa ancora fragili.
Tra luglio e settembre 2025 i disoccupati stimati, secondo l’Irpet, sono saliti a 73mila unità, contro i 52mila dello stesso trimestre 2024. Gli occupati tra 15 e 64 anni sono scesi a 1,68 milioni di unità, con una riduzione dello 0,6% rispetto al terzo trimestre 2024. Il tasso di occupazione regionale arretra dal 71,9% al 70,8%. A fronte di un calo della Cig ordinaria, nei primi nove mesi dell’anno appena concluso le ore di cassa integrazione straordinaria sono passate da 5,6 a 13,8 milioni.
Le sofferenze dell’industria, da Piombino a Siena
Accanto alle piccole vertenze “diffuse” del sistema moda, le grandi vertenze della metalmeccanica finiscono per attirare la maggiore attenzione: è il caso della Liberty Magona di Piombino, con quasi 500 lavoratori coinvolti, per cui si aspetta la firma del passaggio di proprietà agli svizzeri di Trasteel. Per l’altra parte della siderurgia piombinese, l’area ex Lucchini, dopo l’accordo raggiunto con Metinvest manca ora la firma dell’accordo di programma con Jsw, a ratificare la coabitazione fra i due player dell’acciaio: 1.300 addetti attendono con il fiato sospeso ormai da tempo.
Ancora nebuloso è il futuro della ex Gkn di Campi Bisenzio, con l’ex cavaliere bianco della situazione (la Qf di Francesco Borgomeo) in procedura concorsuale con oltre cento posti di lavoro ancora in bilico dopo più di quattro anni. Attesa anche da parte degli oltre 150 lavoratori rimasti allo stabilimento Beko di Siena dismesso dalla multinazionale dell’elettrodomestico, e acquistato da Invitalia per favorire un processo di reindustrializzazione ancora da definire. Più soft, ma significativa per le dimensioni dell’azienda, è la riorganizzazione di Piaggio, con lavoratori interessati da contratti di solidarietà.
La storia di successo, nel contesto della Toscana di oggi, è quella della vertenza Venator: Nuova Solmine ha acquisito lo stabilimento di Scarlino e i suoi 193 dipendenti, con un’operazione da quasi cinque milioni di euro (oltre ai 40 milioni preventivati per il rilancio), affiancando così alla produzione di acido solforico quella di biossido di titanio. L’ultimo flash viene invece da Latte Maremma: per la storica azienda agroalimentare con 65 anni di storia e 20 milioni di debiti stimati sono pervenute due manifestazioni di interesse, nell’ambito della procedura di concordato semplificato. Le manifestazioni di interesse provengono da Fattoria Ariete Latte Sano, di Roma, e dalla Granarolo di Reggio Emilia che aveva preso in affitto il ramo d’azienda attraverso la controllata ‘Maremma 1961 Srl’ mentre il brand originario è rimasto al consorzio di 45 produttori.
Idee diverse sulla reindustrializzazione
Le vertenze toscane si intrecciano col tema della reindustrializzazione: il manifesto di Buti, Casini Benvenuti e Petretto presentato nell’autunno scorso, a tale proposito, propone “una politica industriale non solo difensiva con l’ostinata difesa di siti industriali irrecuperabili, ma in grado di abbracciare la ‘distruzione creatrice’, sostenendola con politiche attive sul lavoro e con la spinta all’innovazione tecnologica che consenta la riallocazione dei fattori di produzione verso i settori d’avvenire, senza tralasciare la possibilità di riconversione di alcuni settori oggi in difficoltà, ma non senza prospettive future”.
Di parere diverso è il leader della Fiom-Cgil Toscana, Daniele Calosi. “I processi di reindustrializzazione che abbiamo provato a fare in Toscana sono falliti anche perché è il sistema economico toscano che non ha accettato questi fenomeni, come i fenomeni di reindustrializzazione dal basso che erano stati proposti per Bekaert e per Gkn. Non è stato accettato che i lavoratori potessero rilevare l’azienda. L’assenza generale di politiche industriali riguarda anche dove potevano essere indirizzati i fondi del Pnrr, e non sono stati indirizzati: sono stati gestiti non coinvolgendo mai le organizzazioni sindacali”.