Dopo il parere favorevole espresso dalla Regione Toscana a luglio, il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha dato parere favorevole alla domanda di Indicazione Geografica Protetta (Igp) non agricola per lo Stile orafo fiorentino. La richiesta del Consorzio passa ora all’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (Euipo), che esaminerà la domanda nella fase europea. Lo Stile orafo fiorentino entra così tra le prime nove produzioni italiane che hanno superato la fase nazionale per l’Igp dei prodotti artigianali e industriali.
Il Consorzio è stato costituito due anni fa e oggi riunisce 43 realtà tra laboratori orafi, gioiellerie e scuole di settore, rimanendo aperto a nuove adesioni da parte di laboratori, gioiellerie e scuole. Nella Città Metropolitana di Firenze il comparto conta 481 imprese attive, di cui 276 nella produzione e lavorazione orafa e 205 nel commercio al dettaglio di gioielli.
“Uno strumento per valorizzare il lavoro delle imprese”
Il riconoscimento consentirà di riservare la denominazione “Stile Orafo Fiorentino” ai manufatti che rispettano requisiti precisi di produzione e lavorazione. Chi non li soddisfa non potrà usare il nome. La tutela riguarda il nome e anche il legame tra il gioiello, le competenze artigiane e il territorio in cui si sono sviluppate. Il Consorzio precisa che lo stile non indica soltanto la provenienza geografica di un gioiello. Identifica un insieme di tecniche, lavorazioni e caratteristiche estetiche sviluppate nei secoli, dalle botteghe medievali e rinascimentali fino alle produzioni contemporanee.
“Abbiamo superato un passaggio decisivo verso la tutela europea di un patrimonio di tecniche e competenze che le nostre botteghe custodiscono e tramandano da secoli”, dichiara Gianmaria Vannini, presidente del Consorzio. “Non vogliamo soltanto salvaguardare una tradizione, ma dare alle imprese uno strumento concreto per valorizzare il proprio lavoro”. Per Filippo Batacchi, presidente degli orafi di Cna e componente del consiglio direttivo del Consorzio, “le piccole botteghe custodiscono competenze che richiedono anni di lavoro e formazione, ma che rischiano di non essere adeguatamente riconosciute sul mercato”. (lt)
