Maria Cristina Squarcialupi, presidente di Unoaerre spa
L’oro corre, crolla, rimbalza. E nel mezzo lascia un settore industriale sospeso, esposto come mai prima d’ora a una volatilità che ha ormai smesso di essere eccezione per diventare regola. In pochi giorni le quotazioni hanno sfiorato i 5.300 dollari l’oncia, per poi precipitare fino a 4.100 e risalire bruscamente in poche ore fino a quota 4.500 dopo le dichiarazioni di Donald Trump su presunti negoziati di pace con l’Iran. Un’altalena che sui mercati finanziari si legge come tensione geopolitica, ma che nella manifattura si traduce in un problema quotidiano: lavorare senza punti di riferimento. Nel cuore dell’oreficeria italiana, il distretto di Arezzo — il più grande d’Europa con oltre 1.100 imprese e circa 8.400 addetti già messo alla prova dalla stretta Usa sui dazi — questa volatilità si traduce in una fase estremamente complessa. Non è tanto il prezzo in sé a preoccupare, quanto la sua instabilità.
L’incertezza sui prezzi che blocca il mercato
Giordana Giordini, presidente di Confindustria Toscana Sud e titolare della Giordini srl, lo spiega con chiarezza: «Questa oscillazione si aggiunge a una situazione geopolitica complicata e contribuisce a rallentare ulteriormente un contesto che era già molto critico. Non è un bene. Eravamo a 142 euro al grammo, oggi abbiamo toccato i 114, capiamo subito quanto è sceso e quanto questo incida sui comportamenti di acquisto. Rallentano gli ordini, rallentano le spedizioni, rallenta tutto». Il problema, sottolinea, è strutturale: «Noi lavoriamo in un contesto che avrebbe bisogno di stabilità. Anche prezzi elevati, come i 150, possono essere gestiti, ma quello che non è gestibile è questa continua instabilità, che va a sommarsi a tutte le altre criticità. E il risultato è che si blocca il mercato».
La tempesta perfetta sui mercati
«I nostri mercati sono principalmente Italia, Usa, Turchia ed Emirati Arabi, con Dubai che per noi rappresenta un hub fondamentale — ricorda la presidente di Confindustria Toscana Sud — ma oggi abbiamo difficoltà ovunque: negli Usa il rallentamento è legato anche ai dazi, in Turchia ci sono nuove tassazioni, intorno al 6%, che frenano il mercato, e Dubai — che per noi era uno sbocco importantissimo — è stata di fatto bloccata dalla situazione geopolitica, con chiusure temporanee anche degli aeroporti. Capisce bene che quando tutti i mercati insieme rallentano, diventa una situazione davvero molto complessa». Da qui la definizione netta: «È una tempesta perfetta. A tutte queste problematiche si aggiunge l’oscillazione della materia prima».

Il prezzo cambia, l’ordine è cancellato
L’impatto concreto si vede nella gestione quotidiana degli ordini: «Noi lavoriamo prevalentemente unbranded, con grossisti. Gli ordini arrivano in fiera, via email o andando a visitare il cliente, e poi vengono programmati e consegnati in più tranche. Magari oggi ho merce confermata da mesi, presa quando il prezzo era completamente diverso. Ma cosa succede al momento della spedizione? Che il prezzo cambia e questa instabilità genera confusione. Il cliente rallenta, a volte cancella l’ordine. È un problema enorme». E le prospettive, nel breve periodo, restano incerte: «È veramente difficile capire cosa succederà. Il distretto aretino lo tocchiamo con mano ogni giorno, e pesa tantissimo non solo a livello locale ma nazionale. Parliamo di un settore che incide profondamente sull’economia del territorio».
Ma noi più forti delle difficoltà
Eppure, Giordini prova a mantenere uno sguardo più ampio, ricordando le crisi già attraversate: «In trent’anni ne abbiamo viste tante: le Torri Gemelle, Lehman Brothers, il Covid nel 2020 con lo stop totale e poi una ripresa importante nei quattro anni successivi. Noi imprenditori siamo abituati a vedere il bicchiere mezzo pieno. Continuiamo a investire, in industrializzazione e in prodotto, sempre di altissimo livello, Made in Italy. Ma oggi è davvero difficile, perché tutto cambia a una velocità impressionante, mentre le risposte politiche e amministrative sono sempre più lente e spesso non danno certezze».
Il costo quotidiano dell’instabilità
Se Giordini fotografa la tensione operativa del distretto, Maria Cristina Squarcialupi, presidente del colosso dell’oro Unoaerre Industries spa, uno dei nomi storici dell’oreficeria italiana, guarda alla natura stessa del mercato: «È molto complicato capire: sono dinamiche legate alla speculazione e alla finanza. E la cosa che fa più paura non è tanto il prezzo alto o basso — perché a quello ci si abitua — ma l’instabilità». Un concetto che ribadisce con forza, ricordando le stesse crisi che hanno fatto tremare la finanza: «Il problema non è la quotazione, è il fatto che non si stabilizzi. Questa continua oscillazione fa sì che i nostri affari, al di là della quotazione, si blocchino». Anche Squarcialupi richiama il contesto internazionale: «Ci sono tensioni ovunque: gli Emirati Arabi sono per noi un mercato fondamentale, ma oggi, per la situazione che stanno vivendo, sono in difficoltà; gli Usa sono rallentati anche per le tariffe e i dazi; la Turchia ha introdotto nuove tassazioni. E quando tutti questi fattori si sommano, insieme alla volatilità dell’oro, si crea una situazione molto pesante. Sì, è una tempesta perfetta, forse anche di più».
I clienti smarriti aspettano a comprare
La presidente di Unoaerre spa, che è anche consigliera di Chimet spa, entra poi nel funzionamento industriale del settore, chiarendo un punto chiave: «Noi non guadagniamo sulla materia prima. L’oro è una commodity: quando vendiamo oro a un determinato prezzo, ci copriamo dalle oscillazioni acquistandolo alla stessa quotazione. Il nostro margine è sulla manifattura. Ma se il cliente non compra perché non capisce il prezzo, o ha paura, allora il problema diventa serio. I nostri clienti oggi non ci capiscono niente. Vedono un prezzo che cambia continuamente e si fermano. Aspettano. E questo blocca tutto il sistema».
La strada di Unoaerre: diversificare
In questo contesto, Unoaerre spa prova a reagire facendo leva sulla diversificazione: «Il nostro vantaggio è avere una produzione molto diversificata, sia per prodotti che per mercati. Non siamo concentrati su un solo paese: lavoriamo con Dubai, con gli Usa, ma anche con altri mercati come la Svizzera che sta soffrendo meno le turbolenze globali. Questo ci permette di compensare: se una zona è in difficoltà, possiamo bilanciare altrove. Inoltre lavoriamo anche metalli non preziosi, e questo aiuta a calibrare meglio il rischio rispetto alle aziende che lavorano soprattutto con Dubai, dove in questa fase i centri commerciali che comprano oro sono vuoti. Ma resta comunque una fase complicata per tutti». Infine, l’impatto sul distretto: «Arezzo è il distretto orafo più grande d’Europa. Se le aziende rallentano, rallenta tutto: anche l’indotto, il recupero dei metalli preziosi, tutti i settori collegati. È un sistema integrato».
Carlo Pellegrino