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04 aprile 2026

La risposta europea alla crisi energetica è per ora un fervorino: andare piano in autostrada

Il commento del direttore. Siamo sull’orlo del collasso e il commissario Ue per l’energia che fa? Chiede di andare meno veloci…

Cristiano Meoni
Il commissario Ue per l'energia Dan Jorgensen

Il commissario Ue per l'energia Dan Jorgensen

Qualche giorno fa – mentre compulsavo il disastro che attende l’economia europea (cito a caso: borse a picco, petrolio alle stelle, crescita che si dimezzerà, inflazione che raddoppierà, tassi che cresceranno, aziende che chiuderanno eccetera eccetera) – ho provato un moto di commiserazione per il Commissario europeo all’energia, il danese Dan Jorgensen. Non dev’essere semplice di questi tempi il suo lavoro, ma come il suo conterraneo deve darsi prima una risposta: essere o non essere? Fare l’Europa o non farla? 

Le sue raccomandazioni agli europei a ridurre di 10 chilometri all’ora la velocità in autostrada sono sembrate surreali se non provocatorie. Certo, chi può non approvare il decalogo rilanciato dal commissario Ue (tre giorni di smart working a settimana, domeniche senz’auto, circolazione a targhe alterne, viaggi in treno anziché in aereo)? Le buone azioni fanno sempre bene, se non altro alla coscienza. 

Davanti a una crisi geopolitica globale come non si vedeva dallo choc petrolifero degli anni Settanta, l’Europa propone un cambiamento comportamentale individuale e poco altro: risparmiare carburante, continuando a subire gli effetti di una guerra scatenata da altri e contraria ai nostri interessi. Questa non è solo una caricatura, è purtroppo la fotografia reale dell’irrilevanza dell’Europa: un’Europa a velocità rallentata, come – forse – lo saranno i suoi automobilisti. 

Nel conflitto mediorientale l’Ue è apparsa divisa e balbettante. A Washington menano fendenti, svillaneggiano Macron ricordandogli gli schiaffi della moglie (Piantedosi, in guardia!), promettono di vendicarsi con Sanchez, attaccano Starmer un giorno sì e l’altro pure, minacciano di lasciarci col cerino in mano nel Golfo (“Il petrolio serve a voi, andate a prendervelo”) e poi in Ucraina, addirittura stracciano l’Alleanza atlantica. E noi? Siamo sinceri: finora nessuna iniziativa concreta. Noi diciamo che siamo pronti a difendere lo stretto di Hormuz per far passare le petroliere, però a guerra finita. 

Servirebbe invece la presa di coscienza di aver superato un punto di non ritorno degli equilibri mondiali. Servirebbe cioè una dimensione politica europea con decisioni nette prese finalmente a maggioranza, una strategia finanziaria per pressare Trump dove è più sensibile (nel portafoglio: il debito americano è per buona parte detenuto da fondi e istituzioni europee). Ma anche misure straordinarie, congelando il Patto di Stabilità. 

Quando ha voluto, l’Europa ha dimostrato coraggio e visione. Ai tempi del Covid sospese le regole, creò il debito comune e finanziò massicciamente gli Stati, mentre nel 2012 un signore con tre parole (“Whatever it takes”) salvò l’euro. Un signore di nome Mario Draghi, allora governatore della Bce. Ah, quanto servirebbe oggi Draghi… 

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Cristiano Meoni

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