Ok il fatturato. Ok la produzione. Ok il lavoro. Tutto importante. Ma il valore? Perché se non c’è valore non c’è neppure tutto il resto. Non ci sono profitti per investire. Non ci sono salari adeguati. Non ci sono consumi.
Valore: poche parole sono state, negli ultimi anni, tanto celebrate quanto svuotate di significato. Eppure è proprio qui che si gioca una parte decisiva del futuro della Toscana. Lavoriamo, produciamo, fatturiamo. Ma all’incasso passa sempre più spesso qualcun altro.
Non perché le nostre imprese abbiano smesso di saper fare industria. Ma perché fanno sempre più fatica a presidiare gli snodi dove il valore si concentra: le fasi della filiera più vicine al mercato finale, quelle ad alto contenuto tecnologico, quelle dove si decide il prodotto, si costruisce un marchio, si governa la distribuzione, si esercita il potere contrattuale. Sono, per usare un’immagine, gli Stretti di Hormuz della manifattura mondiale: pochi passaggi obbligati attraverso cui transita gran parte della ricchezza.
È questa la “deindustrializzazione funzionale” descritta dall’Irpet nel rapporto annuale presentato giovedì scorso. Ottantotto pagine di dati, analisi e tabelle. Ma soprattutto un cambio di prospettiva. Quelle dedicate al valore aggiunto e al posizionamento delle imprese nelle filiere dovrebbero diventare lettura obbligata per chi è chiamato a decidere il futuro economico della regione.
La tesi dell’Irpet è un po’ diversa da quella mainstream. La Toscana non rischia il declino perché la manifattura sta scomparendo. Al contrario, l’industria continua a rappresentare una componente fondamentale dell’economia regionale e il suo peso resta significativo anche rispetto a molte economie europee. È vero, gli acciacchi non mancano: la produzione industriale continua a mostrare segnali di debolezza (-0,6% su base annua) proprio mentre, a livello nazionale, il quadro appare più favorevole (+ 0,5%). Ma questo, da solo, non basta a spiegare il problema.
Il punto è un altro. La Toscana continua a produrre ricchezza, ma incassa una quota sempre minore di ciò che produce.
È una differenza solo apparente. In realtà cambia completamente la diagnosi, perché significa che una parte crescente del valore generato dalle imprese toscane prende altre strade.
Restano le fabbriche, gli operai, competenze manifatturiere di assoluto livello. Ma le funzioni che generano i margini più elevati — ricerca, progettazione, design, brevetti, marchi, piattaforme commerciali, distribuzione, rapporto con il cliente finale — sono sempre più spesso presidiate altrove. È lì che si concentra il valore aggiunto, ed è lì che finiscono anche i profitti maggiori. Un territorio può continuare a produrre beni eccellenti ed esportarli in tutto il mondo, ma trattenere una quota sempre più piccola della ricchezza che essi generano. È questa la forma più subdola di impoverimento industriale.
Abbiamo discusso della dimensione delle imprese, del numero delle aziende, dei settori tradizionali: tutti temi importanti. Ma forse la domanda decisiva è un’altra. Chi controlla le filiere? Chi possiede i marchi? Chi governa il rapporto con il mercato finale? E chi decide prezzi, strategie, innovazione? In altre parole: chi incassa il valore? Perché è nelle fasi più vicine al mercato che oggi si concentra la parte più consistente della ricchezza.
Le conseguenze sono profonde. Margini più bassi significano minore capacità di investire. Meno investimenti significano minore produttività. E la produttività che ristagna frena la crescita dei salari, rende meno attrattivo il lavoro industriale per i giovani e riduce la capacità delle imprese di risalire le filiere verso le attività più remunerative. Si innesca così un circolo vizioso che impoverisce il sistema produttivo anche senza la chiusura di una sola fabbrica. Ma poi le fabbriche chiudono anche.
Questa riflessione arriva in un momento particolarmente significativo. Nei prossimi giorni la Regione riunirà allo stesso tavolo imprese e sindacati per ascoltare le loro richieste. È un passaggio importante, ma il confronto rischia di partire con il piede sbagliato se continuerà a porsi la domanda sbagliata.
Non basta difendere la manifattura: bisogna aiutarla a trattenere il valore che produce. Questo significa investire in innovazione, competenze manageriali, ricerca, trasferimento tecnologico, marchi, internazionalizzazione, controllo dei mercati. Significa aiutare le imprese toscane a risalire le filiere, non semplicemente a restarvi.
L’Irpet è l’istituto di studi economici della Regione. Sarebbe un peccato commissionare un’analisi così lucida e poi lasciarla chiusa in un cassetto.
Cristiano Meoni
