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27 giugno 2026

Fi-Pi-Li, quei 91 chilometri che spaccano la Toscana sono un’emergenza

L’editoriale del direttore. Sai quando parti ma non quando arrivi. E non è normale. La Regione interviene ma serviranno anni per i primi risultati.

Cristiano Meoni
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Non è normale che in una delle regioni economicamente più importanti d’Italia per coprire i 91 chilometri che separano Livorno, il porto della Toscana, da Firenze, il suo capoluogo, si impieghi un’ora e venti minuti in una strada piena di buche e di pericoli, anche due ore se – come capita quasi tutti i giorni – ci si imbatte in un incidente o un ingorgo. Non è normale, soprattutto, che l’unica certezza sia l’incertezza. Perché chi percorre la Fi-Pi-Li sa quando parte, ma non quando arriva. 

Eppure ci siamo abituati. È questo il vero problema. Abbiamo trasformato un’emergenza economica in una consuetudine. 

Il vero problema della Fi-Pi-Li non è quanto tempo fa perdere. È che rende imprevedibile il tempo. E per un’impresa l’incertezza è sempre un costo. La prima infrastruttura di cui hanno bisogno le aziende non è una strada. È la certezza del tempo. 

Perciò la questione non riguarda soltanto gli automobilisti esasperati o i pendolari, ma il modello di sviluppo della Toscana. 

L’asse Firenze-Pisa-Livorno è la spina dorsale economica della regione. Su quei 91 chilometri viaggia la Toscana che muove il Pil: il porto di Livorno, gli aeroporti di Pisa e Firenze, l’Università di Pisa, la Scuola Sant’Anna, la Normale e il sistema della ricerca, i distretti della concia di Santa Croce sull’Arno e della pelletteria di Scandicci, le grandi aziende di Empoli, la Piaggio di Pontedera, il turismo. Nonostante ciò, ogni giorno decine di migliaia di persone partono senza poter sapere con ragionevole certezza quando giungeranno alla meta. Ogni giorno migliaia di imprese incorporano nei propri costi il tempo perso, i ritardi, gli appuntamenti rinviati, la difficoltà di programmare. E migliaia di lavoratori rischiano di timbrare tardi il cartellino. Ogni giorno la Toscana perde un po’ di efficienza senza quasi accorgersene. 

È questa la parte più preoccupante. Non il traffico, ma l’assuefazione al problema. 

Ci siamo convinti che sia normale impiegare un’ora e venti per fare 91 chilometri, dover aggiungere mezz’ora “per sicurezza”, affidare la puntualità alla fortuna. Ma non c’è nulla di normale in tutto questo. 

La Regione ha finalmente riconosciuto che il problema esiste. La nascita di Toscana Strade – la società pubblica che prenderà in carico la superstrada – e il progetto di ampliamento di alcuni tratti della Fi-Pi-Li rappresentano un cambio di approccio. È una scelta destinata a far discutere, tra i dubbi sui costi della nuova società, il pedaggio previsto per i mezzi pesanti (forse dal 2028) e tempi di realizzazione che inevitabilmente saranno lunghi. Saranno i risultati a dire se Toscana Strade sarà stata la scelta giusta. 

Ma una cosa è già chiara. Anche se tutto andasse secondo programma, serviranno anni prima che i toscani possano vedere cambiamenti significativi. Ed è questo che dovrebbe inquietare. Altri anni di viaggi la cui puntualità è affidata alla buona sorte. 

Da anni la Toscana parla di Darsena Europa, di reindustrializzazione di Piombino, di attrazione degli investimenti, di innovazione, di competitività, di ridurre il gap tra la costa e Firenze. Tutti obiettivi sacrosanti. Ma c’è una domanda che viene prima di tutte le altre: come può una regione competere nel mondo se non riesce ancora a garantire un collegamento affidabile tra il suo principale porto, i suoi distretti produttivi, il suo sistema universitario e il suo centro decisionale? 

Le emergenze non sono soltanto quelle che fanno rumore. Esistono emergenze silenziose, che ogni giorno sottraggono tempo, efficienza, investimenti e opportunità a un territorio. L’asse Firenze-Pisa-Livorno è una di queste. 

Continuare a trattarlo come un problema ordinario, e metterlo il cantiere tra uno, forse due anni, significherebbe accettare come ordinario anche il ritardo della Toscana. 

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Cristiano Meoni

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