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Industria

03 febbraio 2026

“Difesa dell’industria, energia meno cara, piano casa: così cerchiamo di evitare il declino. Con la Cina bisogna dialogare”

Intervista al presidente di Confindustria Emanuele Orsini. “Rischio deindustrializzazione in Toscana, la Regione faccia la sua parte”.

Cristiano Meoni
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Presidente Emanuele Orsini, lei fu designato alla guida di Confindustria il 5 aprile 2024: proviamo a tracciare una sorta di bilancio di midterm? In cosa siamo già un pezzo avanti? E in cosa, invece, c’è ancora tanto da fare? 

“Il lavoro dell’imprenditore, la sua missione, la sua passione non conoscono soste. Dunque anche la gestione della rappresentanza delle imprese significa tenere alta l’asticella degli obiettivi e delle proposte: le aziende rappresentano crescita, sviluppo, benessere, welfare, cioè interessi generali del Paese, e in una fase geopolitica complicata e difficile come questa bisogna raddoppiare presenza e dialogo, in Italia, in Europa e sui mercati internazionali. La sua domanda andrebbe rivolta ai nostri associati, ma le cose che abbiamo fatto sono sotto gli occhi di tutti: Confindustria ha proposto con forza alle istituzioni, alle forze politiche e all’opinione pubblica l’assoluta rilevanza della questione industriale ai fini della crescita, e quindi la fondamentale esigenza di tutelare la seconda manifattura d’Europa con scelte strategiche per il futuro”. 

I nostri temi quasi tutti accolti

Può citare qualche esempio? 

“Volentieri, peraltro sono proposte già contenute nel mio programma iniziale: il ritorno al nucleare per garantire l’indipendenza energetica e la sicurezza nazionale; il piano casa per fornire ai giovani un’abitazione a costi sostenibili per incentivare sia la mobilità sociale sia la nascita della famiglia; il dialogo con il sindacato a cominciare dal contrasto agli infortuni sul lavoro; la battaglia a Bruxelles per mantenere gli obiettivi ambientali attraverso la neutralità tecnologica, correggendo le follie del Green Deal che ha distrutto il primo prodotto industriale del continente, cioè l’auto. Ancora: semplificazione e certezza del diritto sono punti fermi della mia azione, e proprio in questi giorni abbiamo avuto risposte dal Consiglio dei ministri. Sono felice che tutti questi temi siano diventati da una parte oggetto di avanzamenti legislativi importanti, dall’altra siano stati compresi, condivisi e sostenuti non solo dagli imprenditori ma dalla società italiana in generale.  

Ovviamente, le cose da fare restano tante. La più urgente riguarda le azioni possibili per abbassare il costo dell’energia, il macigno che ci fa competere con le mani legate, e legate con nodi strettissimi, rispetto gli altri paesi europei”. 

La Toscana è una regione cerniera tra Nord e Centro-Sud che sta vivendo una fase industriale di grande complessità: molto esposta, per la sua natura di regione esportatrice, ai mutamenti geopolitici, e per il suo mix produttivo (moda, automotive) al cambiamento dei trend di consumo. Come si difende una regione così dalla prospettiva di un rapido declino? 

“Non credo che la Toscana possa e debba considerarsi una regione che veda davanti a sé prospettive di rapido declino: sono certo che come e più di altre regioni d’Italia può e deve essere protagonista della ripartenza. Certo, alcuni suoi punti di forza, a cominciare dall’export, stanno soffrendo a causa degli effetti dei dazi americani ma l’industria della regione può essere in prima fila nei nuovi sbocchi che si aprono in Sudamerica e in India. La Toscana già dal Rinascimento è il simbolo della bellezza italiana, e questo grande valore aggiunto culturale del Made in Italy continuerà a giocare un ruolo chiave: la vostra regione deve trainare, non stare in mezzo al gruppo”. 

Reindustrializzare la Toscana: la Regione faccia la sua parte

Tre economisti – Marco Buti, Stefano Casini Benvenuti e Alessandro Petretto – nel settembre scorso hanno lanciato un “Manifesto per la Reindustrializzazione” che chiede un deciso cambio di passo ai decisori politici e istituzionali, proponendo un nuovo partnerariato pubblico-privato. Il consenso tra gli addetti ai lavori è stato altissimo ma le risposte della politica regionale sono state tiepide. Avverte una mancanza di consapevolezza dei rischi che la nostra economia sta correndo? 

“Buti, Casini Benvenuti e Petretto hanno avuto il grosso merito di far discutere tutti in Toscana sulla situazione dell’economia locale, ma loro stessi a fine anno hanno dovuto constatare che non ci sono stati passi in avanti. Credo che questo sia avvenuto non tanto e non solo per la insufficiente risposta dell’amministrazione regionale ma soprattutto perché la Toscana ha sofferto a causa dei problemi nazionali (il costo dell’energia, ad esempio) e internazionali (dazi e tensioni geopolitiche, incertezze e scelte sbagliate dell’Europa) che stiamo affrontando a Roma e Bruxelles. Ci aspettiamo naturalmente che anche la Regione faccia la sua parte, e Confindustria Toscana sa come dialogare e far sentire la propria voce”. 

In definitiva pensa che, di questo passo, la deindustrializzazione di una parte importante del Paese, tra cui la Toscana, sia una prospettiva concreta? 

“La deindustrializzazione è un rischio reale se non sapremo cambiare definitivamente rotta in Europa sul Green Deal, se l’energia in Italia costerà ancora il triplo che in Spagna e il doppio della media europea, se le gravi tensioni internazionali dovessero bloccare o ridurre gli investimenti, se le imprese si spostassero all’estero in contesti più favorevoli. Ma qui e ora mi sento di dire che stiamo lottando per avere condizioni più favorevoli al fare impresa, che abbiamo i primi importanti risultati che ci spingono a continuare a lavorare in Italia e per l’Italia. E la Toscana è un pezzo del presente e del futuro industriale del nostro Paese”. 

Il governo ha ascoltato le imprese

Confindustria ha dato un giudizio positivo della manovra di bilancio, che ha destinato consistenti risorse alle imprese nonostante le scarse disponibilità finanziarie complessive. Che cosa manca ancora? 

“La legge di bilancio appena approvata ha riconosciuto che gli investimenti vanno sostenuti con risorse adeguate, che la programmazione deve essere su base triennale, che la Zes unica è uno strumento che ha dato ottimi risultati, senza dimenticare i tagli Irpef che aiutano i nostri lavoratori. Non posso dire che Confindustria non sia stata ascoltata, in una legge di bilancio dalle risorse complessive limitate e con la necessità di tenere sotto controllo i conti pubblici. Manca il tassello fondamentale dell’energia, sia il decreto con le misure urgenti sia l’accelerazione al disegno di legge sul ritorno al nucleare. Anche il Piano Casa ha bisogno di una robusta spinta, poiché ogni ritardo significa difficoltà reali non solo per chi non riesce a trovarne una a costi compatibili con la sua retribuzione ma anche per il sistema industriale che ha bisogno di un ascensore sociale che funzioni e  di immigrati regolari ben inseriti nella nostra comunità”. 

Dialogare con Pechino per aprire nuovi mercati

Gli accordi con il Mercosur e con l’India mostrano finalmente un’Europa che cerca una diversificazione strategica e commerciale, aprendo nuovi mercati alternativi rispetto a quelli tradizionali. Pensa che l’Ue dovrebbe fare altrettanto con la Cina, riaprendo un canale di dialogo? Il premier britannico Starmer intanto è volato a Pechino per riallacciare i rapporti… 

“La Cina è diventata in pochi decenni un gigante economico con il quale tutti dobbiamo fare i conti, e anche qui la base non può che essere il dialogo. Oggi siamo in una fase difficile, mentre Starmer ha ottenuto che per un mese i cittadini inglesi possono entrare in Cina senza visto: gli errori di Bruxelles da una parte, la capacità di Pechino di passare dai prodotti ad alta intensità di lavoro e quindi a costi quasi da dumping a prodotti ad alta tecnologia dall’altra, pongono noi europei sulla difensiva. Siamo sommersi dall’export cinese che ha trovato semaforo rosso negli Stati Uniti a causa dei dazi e intanto Xi Jinping immette capitali giganteschi nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Serve un nuovo equilibrio, ma per essere davvero in partita l’Europa deve correggere al più presto i propri errori e rilanciare l’industria e gli scambi. L’Italia? Non dimentichiamo che ora la Cina punta anche ad essere la porta dell’Asia intera per i commerci, e noi abbiamo il dovere di dialogare anche per portare attraverso di essa i nostri prodotti, a cominciare da moda e cibo, nei nuovi mercati asiatici. Poiché siamo certi che il Mercosur sarà un successo per i prodotti italiani e crediamo che l’India voglia e sappia apprezzare il Made in Italy, sono fiducioso che, nonostante i dazi americani, possiamo raggiungere presto i 700 miliardi annui di export”. 

Subito il decreto Energia: è questione di sopravvivenza

 Il costo insostenibile dell’energia è una ferita aperta. Nel primo semestre 2025, le imprese italiane hanno pagato in media 278 €/MWh, contro i 242 della Germania, i 183 della Francia, i 171 della Spagna e i 216 della media europea. Come giudicate le risposte del governo su questo tema? 

“Intanto il decreto più volte annunciato ancora non vede la luce, e ogni giorno in più è un problema grave per tutte le aziende, e per quelle più deboli può fare la differenza. Sappiamo che quello del governo non è un compito facile, ma stiamo lavorando affinché le difficoltà vengano superate. Siamo fiduciosi, ma anche pronti a mobilitarci poiché si tratta di una questione vitale di competitività, e per una fascia di aziende di vera e propria sopravvivenza”.  

Rigassificatore di Piombino: conciliare sviluppo e ambiente

In questa fase, la Regione Toscana si è detta contraria al mantenimento del rigassificatore Italis Lng nel porto di Piombino. Il commissario nominato dal governo, che è il presidente della Toscana Eugenio Giani, ha dichiarato che non firmerà alcuna proroga e che, per lui, a luglio la nave se ne deve andare, ma la Liguria non la vuole più. Snam scrive che, se spostata, avrebbe uno stop di due anni e mezzo. Gli imprenditori e qualche sindacato hanno evidenziato le ricadute positive dell’impianto, in termini di ricadute economiche e occupazionali. Pensa che quell’impianto debba restare dov’è? 

“Penso che la politica del “non nel mio giardino” non sia quella che serve ad un grande paese industriale, alla seconda manifattura d’Europa e al quarto paese esportatore del mondo. Dobbiamo saper conciliare le necessità dell’impresa con la tutela dell’ambiente, e questo vale anche e soprattutto per chi ha responsabilità politiche e amministrative”. 

La ricchezza va prima prodotta e poi redistribuita

Parliamo adesso di voi: degli imprenditori. C’è chi li ha definiti “eroi” che rischiano soldi contro tutto e tutti, tenendo in piedi attività complesse, avversati dalla burocrazia e poco o per niente aiutati dalla politica. Ma anche la classe imprenditoriale ha le sue responsabilità se non si è affermata, nel Paese, la consapevolezza che aiutare le imprese a creare ricchezza e lavoro è interesse di tutti. C’è qualche autocritica da fare sulla vostra azione? E come affermare in Italia una nuova cultura dell’impresa come “alleata” e non “nemica” del bene comune? 

“Effettivamente, spesso nel nostro Paese si è pensato più a come redistribuire la ricchezza che a come costruirla, a come metterla insieme. Spesso ha prevalso una cultura anti-industriale, talvolta gli imprenditori non hanno saputo trasmettere al meglio le ragioni e l’orgoglio di fare impresa. Credo che ora molto stia cambiando, favoriti anche dalle tecnologie della comunicazione istantanea e globale: penso che impresa e lavoro siano due facce della stessa medaglia, e la mia Confindustria è, e non può non essere, concentrata sulla crescita e orientata al sociale, perché solo la crescita può sanare i divari, ridurre i conflitti e favorire la partecipazione alla vita pubblica”. 

  

Emanuele Orsini è da quasi due anni presidente nazionale di Confindustria

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Cristiano Meoni

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