Brunello Cucinelli l’ho conosciuto a casa di un amico, qualche anno fa, a Modena. Era nei giorni scorsi a Firenze e non è cambiato. Dice che siamo nel Caos totale ma che alla fine la “bellezza salverà il mondo”, citando Dostoevskij.
T24 vuole essere anzitutto un posto bello, avete presente? Un posto dove è piacevole stare, e tornarci. Un posto dove si può parlare e confrontarsi senza sbraitare, dove si liberano le idee, dove viene congeniale parlare di noi senza pregiudizi di parte. Ah, quanto bisogno si sente, in questo Paese di urlatori, di un luogo pulito, non inquinato da calcoli di corto respiro.
Il presentismo è la maledizione del nostro tempo, inseguire tutto e subito per raccogliere quasi niente ma in tempo utile per la sempre imminente scadenza elettorale. Quello è il benchmark a cui si mira, purtroppo sempre più spesso. Marco Buti, Alessandro Petretto e Stefano Casini Benvenuti – gli estensori del Manifesto per reindustrializzare la Toscana, una delle iniziative culturali più rilevanti degli ultimi anni – vedono i rischi di “uno sguardo corto, di una progettualità carente, di un ripiegamento su interessi costituiti”. E invece servirebbe un “nuovo partnerariato pubblico-privato” per lanciare un New Deal senza il quale la nostra Toscana è destinata a proseguire sul piano inclinato della deindustrializzazione e dell’impoverimento. Con buona pace di tutti, anche di quelli che hanno sempre guardato all’impresa con diffidenza.
Un passaggio epocale
Siamo a un passaggio epocale della Storia. L’avvento dell’Intelligenza Artificiale, condannata ad essere applicata rapidamente per dare un ritorno agli ingentissimi investimenti finanziari, non solo cambia la società: cambia l’economia e il lavoro. In un sol colpo, cambia la produttività del lavoro più di quanto lo abbiano fatto le innovazioni degli ultimi cento anni. Giovanni Gorno Tempini, presidente di Cdp, con svariate decine di partecipazioni in imprese italiane, qualche giorno fa sul Foglio sosteneva che “l’IA nella manifattura sarà la novità più rilevante in Italia nel 2026”.
L’industria italiana, per come si è strutturata, rischia una rapida marginalizzazione. L’innovazione dell’Ai sposta la ricchezza su altre aree e modalità, i nuovi equilibri geopolitici completano la “disrupture”. Fratture della filiera, aumento dei costi energetici, ritorsioni commerciali, tempeste sui mercati finanziari sono il risultato di un nuovo ordine mondiale dominato dalla competizione tra Stati Uniti e Cina.
In Italia questi problemi sono accentuati da una crisi demografica e da una asfissia da mancanza di “futuro” senza precedenti, che porta i nostri migliori talenti a emigrare. Si affermano nuovi modelli di consumo, specialmente tra i giovani: tanti fra loro non comprano più abiti nuovi o non sentono il bisogno di possedere un’auto, per dirne due a caso. Certezze consolidate da decenni vengono messe in discussione e con esse i pilastri della prosperità in cui le nostre famiglie, le nostre imprese, i nostri giovani sono cresciuti.
Un nuovo protagonismo delle imprese
Il quadro, insomma, è allarmante e richiede un nuovo protagonismo mediatico del mondo produttivo che crei consapevolezza e ponga le basi di consenso per quel “partnerariato” pubblico-privato a cui accenna il Manifesto. E invece ci attorcigliamo sui dettagli, come coloro che guardano il dito indicare la Luna e non la Luna. Mentre il Titanic affonda, stiamo sul ponte ad ascoltare l’orchestrina: a parlare dei fenicotteri di Lecore che potrebbero essere disturbati dal cono di volo della nuova pista di Peretola…
Se non c’è la consapevolezza che il “tema”, in Toscana, è provare a mantenere quella prosperità conquistata nel tempo con il sudore e il lavoro di tutti – imprenditori, lavoratori, amministratori pubblici – che questa non può che essere la “priorità” di qualsiasi decisore pubblico, che se le imprese prosperano ci sono lavoro e ricchezza da redistribuire altrimenti niente; insomma se questa molla non scatta, ci sarà ancora uno strascico di Toscana Felix, sempre più dipendente dalla rendita e dal lavoro di basso valore, ma poi scivoleremo verso la povertà. E non ci potranno salvare i calembour di Cucinelli.
Saremo un pungolo
Dunque, tornando a T24 – di cui assumo la direzione, ringraziando l’Editore per la fiducia accordatami e la Redazione per la collaborazione (Simona Bandino, ora condirettrice, Silvia Pieraccini e Leonardo Testai, che hanno affermato la testata dal 2022 a oggi) – ecco quello che vogliamo essere: un luogo dove si parla del futuro con compostezza e con stile (“Lo stile è l’impronta di ciò che si è in ciò che si fa” scriveva Renè Daumal, e questo è pur sempre un giornale di persone, giornalisti e azionisti, con stile) ma dove non si disdegnerà la spada se ci saranno da difendere le istanze dell’impresa e del lavoro. E un continuo pungolo dei decisori politici, specialmente quando gli annunci non si tradurranno in fatti. Consapevoli che battersi affinché ci sia ancora ricchezza in Toscana, e dunque lavoro, e dunque pranzi e cene apparecchiate senza bussare alla Caritas, è operare non per un interesse particolare ma per il “bene comune”.

Cristiano Meoni