Sullo sfondo dei vigneti il paese di Montalcino
Il risiko del Brunello è una partita che non finisce mai. Per Montalcino non ci sono solo annate memorabili o vendemmie record da festeggiare o bizze del meteo con cui fare i conti, ma una sequenza serrata di compravendite che, dal 2022 a oggi, hanno ridisegnato gli equilibri proprietari del regno di uno dei vini più prestigiosi e identitari del mondo: sua maestà il Brunello di Montalcino.
«In realtà – precisa il sindaco, il senatore Silvio Franceschelli – questo per noi non è un fenomeno nuovo. Ormai dagli anni Ottanta siamo abituati a vedere nuovi imprenditori o gruppi che si interessano: riteniamo questi momenti occasioni importanti di svolta, penso a Banfi o ai mercati americani». Il contesto storico di questi flussi di capitali risale infatti a decenni fa, quando pionieri come la famiglia Mariani con Banfi introdussero innovazioni enologiche e commerciali che aprirono le porte al Brunello sui palcoscenici mondiali, trasformando un vino locale in un’icona globale con vendite che oggi superano i nove milioni di bottiglie annue secondo dati del Consorzio. Queste dinamiche hanno sempre bilanciato tradizione e innovazione, con investitori che rispettano i rigidi disciplinari della Docg, garantendo che il Sangiovese grosso mantenga il suo profilo aromatico unico, caratterizzato da note di ciliegia, cuoio e spezie, derivanti dai suoli galestrosi e argillosi delle colline tra 150 e 500 metri di altitudine.
Già due acquisizioni nel 2026
L’ultima mossa è di poche settimane fa. Il 24 febbraio 2026, La Faretra, tenuta agricola fondata nel 2008 a Gavorrano, in Maremma, ha acquisito Querce Bettina, cantina nata nel 1992 e conosciuta per una produzione piccola ma altamente posizionata. Si tratta di 29 ettari complessivi, con una superficie vitata ridotta ma preziosa: circa un ettaro a Brunello e poco più di un ettaro a Rosso, per una produzione di circa 15.000 bottiglie l’anno, fortemente orientata all’export. Non è un’operazione da grandi volumi, ma è una scelta strategica: entrare a Montalcino attraverso una realtà snella, identitaria, con un marchio già riconosciuto nei mercati internazionali. È la conferma che oggi non si comprano solo ettari, ma reputazione.
La Faretra, guidata dall’amministratore delegato Massimo Guercilena, ha perfezionato l’operazione nel secondo semestre 2025 con il supporto dello studio legale Bird & Bird, puntando su sostenibilità e valorizzazione del versante sud-ovest di Montalcino, dove l’escursione termica e la biodiversità definiscono un Brunello di finezza superiore. L’azienda maremmana, nota per vini come il Vermentino e il Ciliegiolo, vede in Querce Bettina un complemento ideale per ampliare il portafoglio con etichette dal 70% di export, mantenendo rese basse per ettaro e protocolli bio. Questa mossa riflette una tendenza: gruppi toscani che consolidano la presenza in denominazioni premium, integrando terroir complementari per diversificare rischi climatici e mercati.

Un mese prima, a gennaio 2026, un altro passaggio aveva fatto rumore: la famiglia Lee, di origine coreana e con base a Londra, aveva acquisito Tenuta Cerbaia, piccola ma storica realtà del Brunello. Anche qui il segnale è stato doppio. Da un lato l’attrattività globale di Montalcino, capace di intercettare capitali asiatici e internazionali; dall’altro la volontà di mantenere una regia tecnica italiana, con la scelta di Agostino Lippi per guidare la nuova fase. Proprietà globale, competenze locali: uno schema sempre più frequente.
La Tenuta Cerbaia, fondata nel 1978 da Fabio Pellegrini su 12 ettari totali di cui 5 vitati tra 350 e 400 metri sul versante nord, produce circa 18.000 bottiglie l’anno da suoli miocenici galestrosi-argillosi, con esposizione nord che dona armonia e profumi intensi. Lippi, esperto di Montalcino e Maremma, guiderà un approccio graduale basato su osservazione del terroir, ritmi naturali e basso impatto, senza forzature produttive. Questo conferma come i nuovi proprietari privilegino la continuità per preservare l’equilibrio tra vigneto, paesaggio e tradizione.
https://winenews.it/it/da-londra-ai-vigneti-di-brunello-la-famiglia-lee-di-origine-coreana-compra-cerbaia-a-montalcino_580476/; https://www.rossorubino.tv/la-famiglia-lee-rileva-la-storica-tenuta-cerbaia-di-montalcino/
| Anno | Cantina | Acquirente | Ettari |
|---|---|---|---|
| 2026 | Querce Bettina | La Faretra (Massimo Guercilena) | 29 ettari (1 ettaro Brunello, 1 ettaro Rosso) |
| 2026 | Tenuta Cerbaia | Famiglia Lee (Londra/Corea) | 12 ettari (5 ettari vitati) |
| 2025 | Tenuta San Filippo | Maire Investments (Di Amato) | 22 ettari (10 vitati) |
| 2025 | Lo Scalone | Peter Kern (Expedia) | 8,5 ettari (2 ettari vitati) |
| 2024 | Tenuta Pinino | Famiglia Ferragamo (Il Borro) | 21 ettari (16 ettari vitati) |
| 2023 | Croce di Mezzo | Famiglia Faccenda (Piemonte) | 12 ettari (5 ettari vitati) |
| 2022 | La Pescaia | Elisabetta Gnudi Angelini | 4,5 ettari (tutti vitati) |
| 2022 | Castiglion del Bosco | Family Office Internazionale | 2.000 ettari (62 ettari vitati) |
| 2022 | Cantina di Montalcino | Made in Italy Fund | 160 ettari (cooperativa di piccole cantine) |
Dal manager di Expedia ai proprietari di Maire
Il 2025 era già stato un anno di consolidamenti. A giugno Peter Kern, manager internazionale noto per il suo ruolo in Expedia Group e per l’operazione La Perla, aveva acquistato Lo Scalone, realtà confinante con proprietà già in suo possesso come Il Palazzone e Albatreti. Non un acquisto isolato, ma un tassello in una strategia di progressiva annessione di terreni e aziende limitrofe. A Montalcino il valore non è solo nel brand, ma nella continuità dei vigneti, nella coerenza pedoclimatica, nella possibilità di costruire un polo integrato che rafforzi peso e presenza sui mercati.
Kern, con la moglie Kirsten al timone operativo, ha creato un corpo unico da oltre 20 ettari vitati tra Due Porte, Castelnuovo dell’Abate e zone limitrofe, includendo 0,5 ettari a Brunello e 1,5 a Rosso per Lo Scalone (8,5 ettari totali con olivi e bosco). Dopo Il Palazzone (7 ettari) e Albatreti (5 ettari), l’affare curato dallo Studio Linguanti mira a un “regno enoico” di pregio, supportato da 30 anni di collezione privata e passione per l’eredità del Brunello, con focus su enoturismo e qualità.

Sempre nel 2025, a dicembre, Tenuta San Filippo aveva annunciato l’ingresso di Maire Investments, family office della famiglia Di Amato, con una partnership paritetica. Non una cessione totale, ma un rafforzamento patrimoniale finalizzato all’espansione internazionale. Anche questo è un segnale dei tempi: meno vendite tout court, più operazioni di capitale per sostenere crescita e distribuzione globale.
Fondata nel 1972 e rilevata da Roberto Giannelli nel 2003, San Filippo entra in partnership al 50% con Maire di Fabrizio Di Amato per razionalizzare gli spazi, acquisire macchinari e puntare sul terroir senza aumentare la produzione. Gli investimenti tecnici elevano la qualità agricola, mirando ai mercati esteri dove il Brunello compete con Bordeaux e Borgogna per longevità e struttura. Questo schema ibrido riflette un’evoluzione: famiglie italiane aprono a capitali per crescere di scala, preservando la governance locale.
Ferragamo e i piemontesi
Altro passaggio chiave dell’estate 2024: Ferruccio e Salvatore Ferragamo, con il loro progetto Il Borro, hanno acquisito Tenuta Pinino, realtà storica del territorio fondata nel 1950. Con circa 16 ettari di vigneti tra Brunello, Rosso e Sant’Antimo, Pinino rappresenta un classico esempio di investimento di qualità, che unisce storia e capacità di valorizzazione dei terreni. Anche in questo caso, come nelle altre operazioni di questi anni, emerge la strategia di capitali noti e famiglie imprenditoriali italiane che puntano su beni di prestigio e riconoscibilità internazionale.
Dal Valdarno aretino de Il Borro, i Ferragamo (fratelli di Massimo e Chiara, ex di Castiglion del Bosco) estendono al versante nord-est di Montalcino la Cantina Pinino, già di Tito Costanti e poi degli austriaci Gamon-Hernandez. L’operazione integra Sangiovese con blend Sant’Antimo. Rafforza un portafoglio di lusso che unisce moda, hospitality e vino, sfruttando sinergie distributive globali. Pinino, con suoli diversificati, permette sperimentazioni controllate mantenendo la purezza della Docg.
https://www.gamberorosso.it/vino/ferruccio-e-salvatore-ferragamo-montalcino-cantina-pinino/

A inizio 2023 era stata resa nota l’acquisizione di Tenuta Croce di Mezzo e La Crociona da parte di Enrico e Marco Faccenda, imprenditori legati a Cascina Chicco nel Roero (Piemonte). Un’operazione di dimensioni contenute, circa cinque ettari vitati complessivi, ma significativa per il messaggio: famiglie del vino italiane che investono in uno dei territori simbolo della denominazione, rafforzando un asse Nord-Sud all’interno dell’enologia nazionale.
I Faccenda, dal Roero, rilevano la storica Croce di Mezzo (borgo verso Sant’Antimo) in partnership con Luisiana ed Emanuele Schembri, per 5 ettari vitati nelle colline senesi. Il progetto unisce agriturismo (7 unità con piscina), ristorante e vini da Sangiovese locale, enfatizzando il legame tra terra e futuro senza snaturare le origini. Questo ponte Piemonte-Toscana favorisce scambi enologici, come tecniche di vendemmia manuale e affinamenti in rovere grande.

Vignaioli locali, fondi e misteriosi compratori
Nel gennaio 2022 Elisabetta Gnudi Angelini, alla guida di Caparzo e proprietaria anche di Altesino, aveva acquisito all’asta La Pescaia, 4,5 ettari interamente a Brunello. Un investimento stimato intorno ai 3,5 milioni di euro che mostrava come il valore fondiario dei vigneti a Brunello restasse tra i più elevati d’Italia. In quell’anno si era parlato anche del passaggio di Castiglion del Bosco a un family office internazionale, operazione su cui le ricostruzioni erano state caute e in parte avvolte da riservatezza, ma che aveva comunque rafforzato l’idea di un territorio sempre più sotto i riflettori della finanza globale.
Gnudi Angelini, con il suo gruppo che comprende Caparzo (dal 1998), Altesino e Borgo Scopeto, consolida con La Pescaia (asta 2022) la presenza su suoli di pregio, portando il portafoglio a oltre 100 ettari di Brunello. Castiglion del Bosco (2.000 ettari, 62 vitati, 250.000 bottiglie) passa da Ferragamo a un family office estero con continuità manageriale (ceo Pallesi), focalizzandosi su ospitalità e attività agricole.
Sempre nel 2022, La Cantina di Montalcino, realtà cooperativa e caso quasi unico nel panorama locale dominato da aziende private, era stata acquisita dal Made in Italy Fund, fondo di private equity specializzato nell’agroalimentare. L’ingresso di un fondo in un territorio storicamente legato a famiglie e proprietà agricole tradizionali aveva segnato un cambio di passo culturale oltre che economico.
La cooperativa, con soci storici, entra nel private equity agroalimentare per professionalizzare le operazioni, mantenendo un modello collettivo quasi unico a Montalcino, dove oltre duecento aziende private dominano il panorama produttivo. Il fondo punta su efficienze distributive per Rosso e Brunello base, ampliando l’accesso a mercati emergenti senza alterare la qualità.
Un milione per un ettaro di Brunello
Mettendo in fila questi passaggi emerge una trasformazione chiara. In cinque anni Montalcino è diventata un laboratorio di nuovi assetti proprietari: family office internazionali, manager globali, fondi di investimento, imprenditori italiani già affermati nel vino. Non c’è un unico modello, ma una convergenza di capitali che riconoscono nel Brunello un bene rifugio agricolo, un marchio globale e un asset con potenziale di ulteriore valorizzazione.

«Gli avvicendamenti ci sono – osserva il sindaco Franceschelli – ed è normale che ci siano perché parliamo di una delle denominazioni più importanti del mondo. I prezzi sono proibitivi. Di che cifre si parla? Anche transazioni da milioni di euro, ma chi entra in questo mercato si espone anche a relazioni globali». Signor sindaco, si parla di un milione per ogni ettaro di Brunello. «Io posso dire – spiega il senatore – che parliamo di operazioni di qualche milione per vigneti piccoli, di qualche decina di milioni per vigneti medi, di qualche centinaio di milioni per vigneti molto grandi».
Comanda chi controlla
Il prestigio di Montalcino non è in discussione. Il Brunello è uno dei pochi vini italiani capaci di giocare stabilmente nella fascia alta del mercato mondiale, con quotazioni che resistono alle oscillazioni congiunturali. Ma proprio questa forza lo rende terreno di competizione finanziaria oltre che enologica. La domanda oggi non è più solo chi produce il miglior vino, ma chi possiede la terra, chi controlla i marchi, chi decide le strategie di espansione internazionale.
In principio fu Biondi-Santi
Dai Ferragamo ai capitali del Qatar, da Castiglion del Bosco ad altre proprietà storiche, il meccanismo è lo stesso: grandi player che entrano in un territorio già strutturato. Come quando, nel 2017, la storica Biondi-Santi passò al gruppo francese Epi di Christopher Descours in un’operazione stimata intorno ai 125 milioni, segnando uno spartiacque simbolico per l’intera denominazione. Ma il sindaco tiene a precisare il limite che non va superato: «Non snaturiamo gli strumenti di identità del territorio. La forza di Montalcino sta anche nell’integrazione tra paesaggio, cultura e buon vivere». Per questo, ogni operazione deve dialogare con le proprietà locali per dare un segnale di coesione e continuità.
L’integrazione tra vecchio e nuovo
Secondo il sindaco economia e cultura vanno di pari passo. «Il fenomeno è iniziato negli anni Ottanta e si è intensificato nel tempo per ragioni di successione familiare ed evoluzione imprenditoriale, e noi abbiamo sempre cercato di parlare con le nuove proprietà. Questo ci ha permesso di affrontare meglio momenti difficili, come la pandemia. La chiave del successo è sempre stata l’integrazione tra vecchi e nuovi proprietari. I nostri babbi e nonni sono stati i custodi della ricchezza e del sapere locale, che insieme agli amministratori hanno contribuito a mantenere identità e continuità».

Le operazioni dal 2022 al 2026 non hanno stravolto l’identità del territorio, ma ne hanno cambiato la governance. Montalcino resta un luogo di vigne, colline e denominazioni che raccontano il dna del territorio. Ma dietro le etichette, la geografia del potere è diversa rispetto a cinque anni fa. E tutto lascia pensare che il risiko del Brunello non sia affatto finito.
Carlo Pellegrino