Chiunque abbia sostenuto un colloquio di lavoro conosce quella domanda, arriva spesso negli ultimi minuti dell’incontro e può influenzare tutta la negoziazione successiva: «Quanto guadagna attualmente?». Da domenica 7 giugno le aziende dovranno farne a meno. Le nuove disposizioni sulla trasparenza retributiva spostano infatti l’attenzione dalla storia salariale del candidato al valore della posizione offerta.
Con l’entrata in vigore del decreto di attuazione della Direttiva Ue 2023/970 sulla trasparenza retributiva, cambia una delle regole più consolidate del recruiting. Non sarà più il candidato a dover rivelare il proprio passato salariale, ma sarà l’azienda a dover scoprire per prima le carte, indicando fin dalle fasi iniziali della selezione la retribuzione prevista per la posizione, o la relativa fascia retributiva, oltre al contratto collettivo applicabile.
Una novità destinata a incidere profondamente sulle pratiche di selezione e che punta a rendere il mercato del lavoro più trasparente ed equo, soprattutto nella lotta al divario retributivo tra uomini e donne. La ratio della norma è chiara: impedire che lo stipendio di ieri continui a determinare quello di domani. Per anni la retribuzione percepita in un precedente impiego ha rappresentato il punto di partenza della negoziazione, contribuendo spesso a perpetuare differenze salariali e squilibri accumulati nel corso della carriera.
Una svolta culturale per le imprese
Per Debora Galligani, executive board member di MaloHR, società di Lucca di consulenza nelle risorse umane specializzata in ricerca e selezione del personale, il cambiamento richiesto alle imprese è prima di tutto culturale. «Per anni molte aziende hanno costruito le offerte economiche partendo dalla retribuzione percepita dai candidati nei precedenti impieghi. Oggi occorre cambiare prospettiva: non chiedersi più “quanto mi può costare?”, ma “di che cosa ho bisogno?”. Le aziende che sapranno compiere questo passaggio saranno anche quelle più attrattive per i professionisti».
Secondo Galligani, non tutte le organizzazioni sono ancora pienamente consapevoli delle novità introdotte dal decreto: «Con alcuni clienti ci siamo resi conto che la norma era ancora poco conosciuta e la prima reazione è stata spesso di preoccupazione. Si tratta di un vero cambio di paradigma, perché richiede di abbandonare una logica consolidata e di ragionare in termini di valore del ruolo e bisogni dell’organizzazione».
Il datore di lavoro non potrà più chiedere ai candidati quanto percepiscono o hanno percepito nei precedenti rapporti di lavoro, né acquisire indirettamente queste informazioni attraverso altri soggetti coinvolti nel processo di selezione. Allo stesso tempo, dovrà fornire indicazioni chiare sul trattamento economico previsto per la posizione, di cui non sarà obbligatorio indicare una cifra precisa; le aziende potranno comunicare una fascia retributiva, purché sia concreta e significativa, tale da consentire al candidato di comprendere quale trattamento economico sia realisticamente previsto per quel ruolo. L’informazione dovrà essere disponibile già nell’annuncio, nel bando o comunque prima dello svolgimento del colloquio.
Cambiano anche gli annunci
Cambiano anche gli annunci di lavoro, che dovranno indicare il contratto collettivo nazionale applicato e rispettare criteri di neutralità e non discriminazione. Lo stesso principio dovrà guidare tutte le fasi della selezione e dell’assunzione. Le nuove regole si applicano inoltre all’intera filiera del recruiting, comprese agenzie per il lavoro, società di selezione e head hunter.
Per chi non si adeguerà sono previste sanzioni amministrative da 5.000 a 10.000 euro, oltre alla possibile revoca di benefici pubblici e all’esclusione dagli appalti. Ma il rischio, secondo Galligani, va oltre l’aspetto economico. «Le aziende che non sapranno adattarsi potrebbero perdere talenti. I professionisti sono sempre più attenti alla trasparenza e all’equità delle organizzazioni con cui scelgono di lavorare».
In definitiva, nel colloquio del futuro la domanda decisiva non dovrebbe più essere «Quanto prendeva?», ma «Quanto vale questa posizione?». È su questo principio che si fonda la direttiva europea sulla trasparenza salariale, con l’obiettivo di costruire un mercato del lavoro più equo e meno condizionato dalle disparità del passato.
Verdiana Corbianco