Il Manifesto per la reindustrializzazione di Marco Buti, Stefano Casini Benvenuti e Alessandro Petretto ha di nuovo calamitato l’attenzione sui limiti di uno sviluppo “estensivo” dove prevalgono settori a bassa produttività e bassi salari, in primis l’industria leggera dei distretti di pmi e il settore turistico. Poche efficaci pennellate per esortare la quieta Toscana a darsi una mossa.
A parte alcuni distinguo, le loro raccomandazioni sono state apprezzate da istituzioni, associazioni di categoria e organizzazioni sindacali anche se nessuno si è preoccupato di riavvolgere il nastro degli ultimi anni di politiche economiche. Tra le pieghe di un’apparente consonanza generale sulla reindustrializzazione, appena si passa alla sua traduzione in prescrizioni emergono discrepanze, a partire dai diversi significati attribuiti a espressioni apparentemente lineari come politiche industriali, partenariati ed eccellenze.
Non è affatto chiaro fino a che punto i protagonisti della vita economica e sociale siano davvero disposti ad avventurarsi nell’“organizzare la distruzione creatrice” del sistema produttivo, il coraggioso ossimoro che riassume in modo efficace il programma del Manifesto.
In materia di politiche industriali si tratta di stabilire una nuova gerarchia tra interventi di tipo trasversale sul contesto (sistemi locali, distretti, ambiti turistici), incentivi settoriali delimitati sui codici ATECO per investimenti in macchinari e orientare chirurgicamente le imprese esistenti o le nuove imprese verso attività ad altra produttività e alti salari. Ovviamente interventi trasversali e verticali non si escludono a vicenda. La novità, piuttosto, è la selezione mirata dei progetti imprenditoriali in base a precisi obbiettivi di rigenerazione dell’industria toscana.
Ruoli di primo piano sono riservati ai protagonisti dei tavoli di concertazione nonostante l’evidenza che le politiche pubbliche regionali fino ad oggi hanno assecondato uno sviluppo di tipo estensivo. Non si tratta di disconoscere l’utilità della concertazione.
Corpi intermedi e istituzioni sono mossi da buona volontà ed agiscono con professionalità, soprattutto nel mitigare gli effetti delle crisi. Il nodo è un altro. Le riorganizzazioni impongono sacrifici. Le associazioni di imprese e le organizzazioni sindacali, per loro natura, difendono gli interessi legittimi dei rispettivi iscritti e questo si traduce più in atteggiamenti di difesa che in tensioni verso l’innovazione. Così diventano involontariamente parte del problema.
Dobbiamo chiederci se non sia meglio evitare la semplice sommatoria delle rappresentanze pensando a un numero maggiore di network più ristretti costituiti attraverso concorsi di idee ai quali invitare, in base alla natura dei progetti, imprese, ricercatori, manager e società finanziarie. I progetti più promettenti e sostenuti da partner qualificati per profili professionali dovrebbero avere priorità nell’allocazione dei fondi.
Tutti, inoltre, dovremo usare con più parsimonia il termine “eccellenza”, come ci invita a fare la letteratura con la quale abbiano celebrato le eccellenze dei distretti industriali e del Made in Italy, due pilastri del modello di sviluppo estensivo che il Manifesto esorta a superare. Negli ultimi venti anni la varianza interna al sistema economico regionale è aumentata.
Si pensi all’industria farmaceutica, alla nautica, alla meccanica e alla carta che hanno performance paragonabili a quelle delle più forti regioni europee. Una delle prime cose da fare sarà l’aggiornamento con strumenti di business analysis e prospettive di sviluppo delle mappe competitive dei micro settori e delle filiere regionali. Speriamo che non manchino coraggio e visioni per varare strumenti di intervento nuovi e più efficaci.
Andrea Balestri è economista e si occupa di story telling di imprese e imprenditori
Andrea Balestri