Non sono più soltanto campanelli d’allarme. Sono sirene, e quando ululano bisogna correre ai ripari, altrimenti il rischio è di prendersi una bomba in testa. Una bomba economica.
L’economia europea, e con essa quella italiana, è sull’orlo di un crinale pericolosissimo, sospesa tra inflazione che rialza la testa e crescita che si spegne.
Il Centro Studi di Confindustria ha tratteggiato scenari foschi: con una fine immediata della guerra in Medio Oriente, il Pil italiano crescerebbe dello 0,5% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027, con consumi al +0,7%, investimenti al +2,3% e inflazione al 2,5%. E sarebbe il male minore.
Ma se il conflitto si prolungasse fino all’estate, l’economia entrerebbe in stagnazione con il Pil fermo nel 2026 e a +0,1% nel 2027, l’export in calo e l’inflazione al 4,3%. Con la guerra fino a dicembre, lo scenario sarebbe catastrofico: Pil a -0,7% nel 2026 e ancora negativo nel 2027, consumi e investimenti in contrazione e inflazione al 5,9%.
Timori confermati dall’Ocse, secondo cui l’Italia crescerà solo dello 0,4% nel 2026, maglia nera in Europa, con un taglio di 0,2 punti rispetto a quanto previsto a dicembre, mentre nel 2027 il recupero sarebbe modestissimo (crescita allo 0,6%).
L’economia rallenta, dunque, ma che si fa? Anziché curare il malato gli si assesta un’altra botta. La presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, ha avvertito che le tensioni geopolitiche stanno riaccendendo la miccia dei prezzi e, pur senza dirlo esplicitamente, ha aperto a un rialzo dei tassi, forse già ad aprile.
E i primi feedback dalla realtà confermano che l’inflazione sta già salendo, come in Spagna (più 3,3%). Non un segnale isolato, ma il primo crepitìo di qualcosa che può diventare incendio.
Se i prezzi salgono, le banche centrali devono alzare i tassi. Ma alzare i tassi significa frenare un’economia che già fatica, perchè ci saranno meno soldi per investimenti e consumi, e inoltre i conti delle aziende si appesantiranno. È una trappola, non una scelta. E il nome di quella trappola è noto: stagflazione. La combinazione peggiore possibile: prezzi alti, crescita ferma, prospettive incerte.
E qui emerge tutta l’impotenza della politica monetaria. I tassi si possono manovrare, il prezzo del petrolio no, perché dipende da fattori che esulano dal perimetro delle banche centrali. Il prezzo del petrolio si decide nello Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia che sta bloccando il 20% della produzione mondiale di greggio e di gas.
Insomma, si sta cercando di spegnere un incendio esterno raffreddando l’economia interna. Non sembra una grande idea.
La verità è che la leva decisiva è politica, non monetaria. Finchè ci sarà la guerra in Iran, il prezzo del petrolio non scenderà e la spirale inflazionistica non si arresterà.
Ma qui entra in gioco il calendario. A novembre negli Stati Uniti si vota per le elezioni di midterm, il test di metà mandato a cui sono sottoposti i presidenti. E a Donald Trump non conviene presentarsi alle urne con elettori arrabbiati per il caro vita o infuriati per le perdite in borsa. La pressione per abbassare la tensione internazionale crescerà, che lo si voglia o no.
“It’s the economy, stupid” era il mantra di James Carville, stratega della campagna elettorale di Bill Clinton nel 1992. Serviva a ricordare allo staff di concentrarsi sui problemi economici dei cittadini/elettori, perché l’economia quasi sempre è il fattore determinante delle elezioni. In America e pure in Italia, dove – lo ricordiamo sommessamente – tra un anno si voterà per le Politiche. E dove l’andamento dell’economia può essere decisivo per l’uno o per l’altro schieramento.
Cristiano Meoni