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16 marzo 2026

Il risiko del Brunello di Montalcino: tutte le cantine passate di mano dal 2022

Il 2026 parte col botto: già due acquisizioni. Il sindaco Franceschelli: “Prezzi proibitivi, anche centinaia di milioni per vitigni molto grandi”.

Carlo Pellegrino
Sullo sfondo dei vigneti il paese di Montalcino

Sullo sfondo dei vigneti il paese di Montalcino

Il risiko del Brunello è una partita che non finisce mai. Per Montalcino non ci sono solo annate memorabili o vendemmie record da festeggiare o bizze del meteo con cui fare i conti, ma una sequenza serrata di compravendite che, dal 2022 a oggi, hanno ridisegnato gli equilibri proprietari del regno di uno dei vini più prestigiosi e identitari del mondo: sua maestà il Brunello di Montalcino. 

«In realtà – precisa il sindaco, il senatore Silvio Franceschelli – questo per noi non è un fenomeno nuovo. Ormai dagli anni Ottanta siamo abituati a vedere nuovi imprenditori o gruppi che si interessano: riteniamo questi momenti occasioni importanti di svolta, penso a Banfi o ai mercati americani». 

Già due acquisizioni nel 2026

L’ultima mossa è di poche settimane fa e racconta bene la direzione del vento. Il 24 febbraio 2026 La Faretra, tenuta agricola fondata nel 2008 a Gavorrano, in Maremma, ha acquisito Querce Bettina, cantina nata nel 1992 e conosciuta per una produzione piccola ma altamente posizionata. Si tratta di 29 ettari complessivi, con una superficie vitata ridotta ma preziosa: circa un ettaro a Brunello e poco più di un ettaro a Rosso, per una produzione di circa 15 mila bottiglie l’anno, fortemente orientata all’export. Non è un’operazione da grandi volumi, ma è una scelta strategica: entrare a Montalcino attraverso una realtà snella, identitaria, con un marchio già riconosciuto nei mercati internazionali. È la conferma che oggi non si comprano solo ettari, ma reputazione. 

La Tenuta Cerbaia di Montalcino, acquistata dalla famiglia coreana Lee

Un mese prima, a gennaio 2026, un altro passaggio aveva fatto rumore: la famiglia Lee, di origine coreana e con base a Londra, ha acquisito Tenuta Cerbaia, piccola ma storica realtà del Brunello. Anche qui il segnale è stato doppio. Da un lato l’attrattività globale di Montalcino, capace di intercettare capitali asiatici e internazionali; dall’altro la volontà di mantenere una regia tecnica italiana, con la scelta di Agostino Lippi per guidare la nuova fase. Proprietà globale, competenze locali: un modello sempre più frequente. 

Dal manager di Expedia ai proprietari di Maire

Il 2025 era già stato un anno di consolidamenti. A giugno Peter Kern, manager internazionale noto per il suo ruolo in Expedia Group e per l’operazione La Perla, aveva acquistato Lo Scalone, realtà confinante con proprietà già in suo possesso come Il Palazzone e Albatreti. Non un acquisto isolato, ma un tassello in una strategia di progressiva annessione di terreni e aziende limitrofe. A Montalcino il valore non è solo nel brand, ma nella continuità dei vigneti, nella coerenza pedoclimatica, nella possibilità di costruire un polo integrato che rafforzi peso e presenza sui mercati. 

Peter Kern, manager di Expedia, ha aggiunto Lo Scalone alle sue precedenti proprietà ilcinesi

Sempre nel 2025, a dicembre, Tenuta San Filippo aveva annunciato l’ingresso di Maire Investments, family office della famiglia Di Amato, con una partnership paritetica. Non una cessione totale, ma un rafforzamento patrimoniale finalizzato all’espansione internazionale. Anche questo è un segnale dei tempi: meno vendite tout court, più operazioni di capitale per sostenere crescita e distribuzione globale.

Ferragamo e i piemontesi

Altro passaggio chiave dell’estate 2024: Ferruccio e Salvatore Ferragamo, con il loro progetto Il Borro, hanno acquisito Tenuta Pinino, realtà storica del territorio fondata nel 1950. Con circa 16 ettari di vigneti tra Brunello, Rosso e Sant’Antimo, Pinino rappresenta un classico esempio di investimento di qualità, che unisce storia e capacità di valorizzazione dei terreni. Anche in questo caso, come nelle altre operazioni di questi anni, emerge la strategia di capitali noti e famiglie imprenditoriali italiane che puntano su asset di prestigio e riconoscibilità internazionale.

Ferruccio, Vittoria e Salvatore Ferragamo: dal Borro si sono estesi a Montalcino con la Tenuta Pinino

A inizio 2023 era stata resa nota l’acquisizione di Tenuta Croce di Mezzo e La Crociona da parte di Enrico e Marco Faccenda, imprenditori legati a Cascina Chicco nel Roero. Un’operazione di dimensioni contenute, circa cinque ettari vitati complessivi, ma significativa per il messaggio: famiglie del vino italiane che investono in uno dei territori simbolo della denominazione, rafforzando un asse Nord-Sud all’interno dell’enologia nazionale. 

Enrico e Marco Faccenda, dal Piemonte alla Tenuta Croce di Mezza e La Crociona di Montalcino

Vignaioli locali, fondi e misteriosi compratori

Nel gennaio 2022 Elisabetta Gnudi Angelini, alla guida di Caparzo e proprietaria anche di Altesino, aveva acquisito all’asta La Pescaia, 4,5 ettari interamente a Brunello. Un investimento stimato intorno ai 3,5 milioni di euro che mostrava come il valore fondiario dei vigneti a Brunello resti tra i più elevati d’Italia. In quell’anno si era parlato anche del passaggio di Castiglion del Bosco a un family office internazionale, operazione su cui le ricostruzioni erano state caute e in parte avvolte da riservatezza, ma che aveva comunque rafforzato l’idea di un territorio sempre più sotto i riflettori della finanza globale. 

Sempre nel 2022, La Cantina di Montalcino, realtà cooperativa e caso quasi unico nel panorama locale dominato da aziende private, era stata acquisita dal Made in Italy Fund, fondo di private equity specializzato nell’agroalimentare. L’ingresso di un fondo in un territorio storicamente legato a famiglie e proprietà agricole tradizionali aveva segnato un cambio di passo culturale oltre che economico. 

Un milione per un ettaro di Brunello

Mettendo in fila questi passaggi emerge una trasformazione chiara. In cinque anni Montalcino è diventata un laboratorio di nuovi assetti proprietari: family office internazionali, manager globali, fondi di investimento, imprenditori italiani già affermati nel vino. Non c’è un unico modello, ma una convergenza di capitali che riconoscono nel Brunello un bene rifugio agricolo, un marchio globale e un asset con potenziale di ulteriore valorizzazione. 

Un vigneto della Tenuta Cerbaia acquistato dai coreani Lee

«Gli avvicendamenti ci sono – osserva il sindaco Franceschelli – ed è normale che ci siano perché parliamo di una delle denominazioni più importanti del mondo. I prezzi sono proibitivi, si parla di transazioni da milioni di euro, ma chi entra in questo mercato si espone anche a relazioni globali». 

Già, ma quanto proibitivi? Si parla di un milione per ogni ettaro di Brunello. «Io posso dire – spiega il senatore – che parliamo di operazioni di qualche milione per vigneti piccoli, di qualche decina di milioni per vigneti medi, di qualche centinaio di milioni per vigneti molto grandi».  

Comanda chi controlla

Il prestigio di Montalcino non è in discussione. Il Brunello è uno dei pochi vini italiani capaci di giocare stabilmente nella fascia alta del mercato mondiale, con quotazioni che resistono alle oscillazioni congiunturali. Ma proprio questa forza lo rende terreno di competizione finanziaria oltre che enologica. La domanda oggi non è più solo chi produce il miglior vino, ma chi possiede la terra, chi controlla i marchi, chi decide le strategie di espansione internazionale. Dai Ferragamo ai petrodollari del Qatar, da Castiglion del Bosco ad altre proprietà storiche, il meccanismo è lo stesso: grandi player che entrano in un territorio già strutturato. Come quando, nel 2017, la storica Biondi-Santi passò al gruppo francese Epi di Christopher Descours in un’operazione da 125 milioni, segnando uno spartiacque simbolico per l’intera denominazione. 

Ma il sindaco tiene a precisare il limite che non va superato: «Non snaturiamo gli strumenti di identità del territorio. La forza di Montalcino sta anche nell’integrazione tra paesaggio, cultura e buon vivere». Per questo, ogni operazione deve dialogare con le proprietà locali per dare un segnale di coesione e continuità. 

L’integrazione tra vecchio e nuovo

Secondo il sindaco economia e cultura vanno di pari passo. «Il fenomeno è iniziato negli anni Ottanta e si è intensificato nel tempo per ragioni di successione familiare ed evoluzione imprenditoriale, e noi abbiamo sempre cercato di parlare con le nuove proprietà. Questo ci ha permesso di affrontare meglio momenti difficili, come la pandemia. La chiave del successo è sempre stata l’integrazione tra vecchi e nuovi proprietari. I nostri babbi e nonni sono stati i custodi della ricchezza e del sapere locale, che insieme agli amministratori hanno contribuito a mantenere identità e continuità». 

Fabrizio Di Amato: con la sua Maire Investment è proprietario della Tenuta San Filippo

Le operazioni dal 2022 al 2026 non hanno stravolto l’identità del territorio, ma ne hanno cambiato la governance. Montalcino resta un luogo di vigne, colline e denominazioni che raccontano il dna del territorio. Tuttavia, dietro le etichette, la geografia del potere è diversa rispetto a cinque anni fa. E tutto lascia pensare che il risiko del Brunello non sia affatto finito. 

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Carlo Pellegrino

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