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Industria

16 febbraio 2026

Energia a prezzi calmierati, un rompicapo per le imprese

In Toscana molte adesioni all’Energy Release 2.0 ma tempi e procedure sono lunghi. Meglio consorziarsi.

Alessandro Pattume
L'installazione di pannelli fotovoltaici sul tetto di un'azienda

L'installazione di pannelli fotovoltaici sul tetto di un'azienda

“Voglio diventare green per risparmiare sull’energia”. Facile a dirsi, ma quando si passa dallo slogan alla realtà il discorso si fa complicato. Che fatica, ad esempio, aderire all’Energy Release 2.0, lo strumento pensato per migliorare l’ambiente e abbattere i costi delle aziende energivore: una misura con cui il governo fornisce per tre anni energia a prezzo calmierato alle aziende che ne consumano di più in cambio della realizzazione di nuovi impianti fotovoltaici o del potenziamento di quelli già esistenti. Da una parte si sostengono le aziende più colpite dall’aumento dei costi energetici, dall’altro si aumenta la capacità energetica da fonte rinnovabile del Paese. Accolta con ottimismo anche in Toscana, l’agevolazione si è dimostrata subito allettante quanto assai complessa da gestire. «Il principio è sano, la difficoltà enorme sta nella realizzazione degli impianti – spiega Tiziano Pieretti, vicepresidente di Confindustria Toscana Nord – perché qui si sta parlando di centinaia di megawatt, non ce la caviamo con i tetti, e in Toscana è veramente difficile mettere a terra impianti di queste dimensioni». 

Il patto tra Gse e aziende per avere lo sconto

Ma andiamo con ordine. Sulla carta, l’obiettivo dell’Energy Release è tanto semplice quanto efficace. Per spingere la produzione di energia da fonti rinnovabili e aumentarne il volume si offre alle aziende che ne consumano di più un’agevolazione: energia a prezzo calmierato per tre anni. In cambio, le aziende iscritte all’elenco delle imprese a forte consumo di energia elettrica Csea (consumo annuo di almeno 1 Gigawattora) si impegnano a realizzare o a potenziare entro quaranta mesi un impianto capace di produrre almeno il doppio dell’energia che gli è stata anticipata. Per le aziende è solo l’inizio dell’impegno.  L’energia anticipata dovrà poi essere restituita al Gestore Servizi Energetici (Gse) nell’arco di vent’anni e nel caso in cui risulti un vantaggio economico dovuto dalla differenza tra il prezzo calmierato dell’energia anticipata (65 euro/MWh) e quello reale del mercato, l’impresa dovrà renderne tutto il valore al Gse. 

Tra le opzioni la cessione dell’impianto dopo 20 anni

Per farlo ci sono tre vie: liquidare subito la somma alla scadenza ventennale del contratto, prolungare il contratto di altri vent’anni oppure cedere al Gse la proprietà dell’impianto. L’obbligo della restituzione di questo eventuale vantaggio (Claw-back), richiesto dalla Commissione europea, è una vera e propria incognita e un eventuale onere aggiuntivo, nel caso in cui l’aumento degli impianti fotovoltaici nei prossimi anni faccia scendere il costo dell’energia. Un’eventualità che però non sembra preoccupare troppo gli addetti ai lavori.  «La comunità europea vuole calmierare quello che potrebbe essere un surplus, un extra profitto proveniente dal fatto che l’energia possa costare meno di quei 65 euro a megawattora nei prossimi anni – spiega Giovanni Dorin, presidente del Consorzio Energie Firenze – In vent’anni tutto può succedere ma dubito che l’energia elettrica ritorni ai valori pre-Covid in cui si pagava 42 euro a megawattora». 

Se le aziende si aggregano è tutto più facile

La misura ha avuto successo. All’inizio del mese di febbraio il Gse ha reso noto che per l’“Energy Release 2.0” sono stati sottoscritti in tutta Italia 476 contratti per un volume di energia assegnato pari a 22,5 Terawattora. Se i contratti non arrivano a cinquecento unità, le aziende che hanno avuto accesso alla misura sono in realtà molte di più. Questo perché la misura prevedeva la possibilità per le aziende di fare richiesta in proprio oppure in forma aggregata. Una scelta, quest’ultima, che sembra andata per la maggiore anche in Toscana.

«L’Energy Release è sicuramente un aiuto per le aziende ma il modo migliore per gestirla è quello di utilizzare queste società consulenziali, che chiamiamo “aggregatori”, pensate proprio per mettere insieme più aziende – racconta Dorin – Lo abbiamo fatto con cinque aziende del Consorzio: realizzeranno l’impianto e gestiranno non solo la burocrazia ma anche il rapporto con il Gse, lasciando libere le aziende di produrre le proprie cose senza dover stare ogni giorno a discutere col gestore».

Chi ha i terreni spesso non ha i permessi

Chi invece prova a correre da solo si scontra con la lentezza della burocrazia e con il rischio di non realizzare in tempo i nuovi impianti. «È evidente che senza un certo tipo di struttura, la singola azienda rimane con il cerino in mano perché rischia di non avere la possibilità di mantenere l’impegno di sviluppare la quantità di energia stabilita – spiega Pieretti – Faccio un esempio concreto: alcune aziende che seguo da vicino hanno progetti di impianti fotovoltaici da 5 o 7 megawatt che per ovvie ragioni di spazio hanno bisogno di impianti a terra. Arrivare all’autorizzazione di impianti del genere è un calvario e i tempi dell’Energy Release sono stringenti – aggiunge – quindi intanto si aderisce, poi se non trovo lo spazio o l’impianto alla fine dei tre anni restituisco il denaro e finisce lì. Ma la situazione è che i terreni non autorizzati costano più di prima e chi invece ha già i terreni fatica ad avere i permessi – conclude – servirebbe un’ulteriore semplificazione per permettere alle aziende di realizzare in tempo gli impianti». 

«Per impianti del genere l’iter burocratico può durare qualche anno – confermano dalla Ge-Group di Bagno a Ripoli, società di ingegneria nel settore delle rinnovabili dal 2008 – e poi c’è la difficoltà di fornire assistenza alle imprese con regole che cambiano spesso, cosa che rende poi difficile convincerle a effettuare investimenti, anche quando sono garantiti». 

Pieretti (Confindustria): un problema tutto italiano

La grande attenzione riservata alla misura dell’Energy Release non è certo un caso: tutte le aziende energivore italiane sono impegnate a decarbonizzare al massimo. Solo che in Italia è più complicato farlo che negli altri paesi europei dove, spiega Pieretti, tutte le aziende «hanno un contributo statale di energia decarbonizzata, mentre noi non lo abbiamo, ce lo dobbiamo fare da soli – aggiunge – e contrariamente agli altri tantissime tecnologie non le possiamo usare perché non ci vengono autorizzate. Il fotovoltaico nel campo non ce lo fanno fare, l’energia da biogas e da rifiuti non ce la fanno fare. Tutto quello che in Europa è ormai convenzionale e utilizzato noi non lo possiamo minimamente utilizzare. Poi siamo più bravi e abbiamo dei distretti di altissima efficienza – conclude – però abbiamo questo problema e questo problema rimane». 

Tiziano Pieretti, vicepresidente di Confindustria Toscana Nord: si occupa da anni dei problemi energetici del distretto cartario lucchese

Cosa è l’Energy Release 2.0

  • Misura per sostenere l’efficienza energetica
  • Incentiva l’installazione di impianti da fonti rinnovabili
  • Riduce i costi energetici delle imprese

Gli interventi finanziabili

  • Impianti fotovoltaici
  • Sistemi di accumulo (batterie)
  • Interventi per l’efficienza energetica
  • Spese tecniche e di progettazione

Le agevolazioni

  • Contributo a fondo perduto
  • Percentuale variabile in base al progetto
  • Possibile combinazione con finanziamento

Le modalità

  • Domanda tramite piattaforma online
  • Procedura valutativa a graduatoria
  • Tempistiche definite dal bando
Autore:

Alessandro Pattume

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