Laboratorio del Consorzio Re-Cord di Scarperia
La seconda puntata della serie di servizi dedicata alla reindustrializzazione della Toscana è dedicata alla ricerca applicata all’industria: vi raccontiamo il Consorzio Re-Cord di Scarperia.
Per le piccole e medie imprese toscane c’è un solo modo per superare lo scoglio della transizione energetica: farsi aiutare dalla ricerca applicata. David Chiaramonti, professore di economia dell’energia e di bioeconomia al Politecnico di Torino, è il presidente del consorzio di ricerca Re-Cord di Scarperia (Firenze), che dal 2010 sviluppa tecnologie e processi per l’economia circolare e la bioenergia. Ha seguito il dibattito in corso sulla “reindustrializzazione” della Toscana a cui può apportare un contributo originale. Perchè non c’è dubbio che la ricerca applicata è un driver della reindustrializzazione, tanto più se la si associa alla transizione ambientale ed energetica. Ecco dunque che un “focus” sulla esperienza di Re-Cord può aiutare a prendere le decisioni giuste.
Il Green Deal e i tempi lunghi che le aziende non hanno
L’Europa punta a diventare il primo continente a emissioni zero entro il 2050 e per farlo ha predisposto un piano di trasformazione “verde” dell’intera economia. Il Green Deal significa energia pulita, mobilità sostenibile, rifiuti zero, economia circolare e com’è logico si accompagna a una valanga di regolamenti e di tempistiche precise con cui devono fare i conti anche le aziende toscane. «Ovviamente, quelle più innovative e dinamiche riescono a reagire a questo contesto», spiega Chiaramonti, mentre ci guida nell’esperienza di Re-Cord. Il problema semmai sono tutte le altre, le migliaia di piccole e medie imprese che temono o rischiano di non stare al passo.
«Un’azienda di norma si occupa dell’oggi e del domani perché ha delle esigenze pressanti ma il Green Deal è una transizione reale, incide sulla carne viva dell’industria, prevede che le aziende cambino i loro processi e a volte che caratterizzino in modo diverso i loro prodotti. Ma questi sono cambiamenti strutturali che richiedono un orizzonte temporale più lungo: per identificare una soluzione innovativa su cui l’impresa possa costruire un business ci vuole tempo». Ecco allora che «Centri di ricerca e atenei possono supportare le imprese in una fase così delicata perché dispongono di attrezzature e personale formato su competenze specifiche».

Dal combustibile sostenibile al carbone rinnovabile
Chiaramonti parla per esperienza. Il consorzio Re-Cord (Renewable Energy Consortium for Research and Development) è un organismo di ricerca no-profit misto pubblico e privato che dal 2010 lavora con istituzioni e aziende sviluppando soluzioni tecnologiche all’avanguardia nel campo della bioenergia e più in generale all’economia circolare. Qualche esempio? «Abbiamo partecipato a dei progetti europei in cui sono stati fatti i primi voli commerciali, intendo dire con passeggeri, utilizzando combustibili Saf (Sustainable Aviation Fuel) – racconta Chiaramonti – e abbiamo lavorato al recupero del carbonio, che oggi è un materiale molto importante. Noi siamo in grado di bloccare questo carbonio in un carbone sostanzialmente di origine rinnovabile. Abbiamo diversi impianti nel nostro capannone di Scarperia e siamo in grado, grazie alle ricerche svolte dal consorzio, di produrre questo materiale dai fanghi urbani, da impianti di trattamento acque, e da lì recuperare anche il fosforo per i fertilizzanti e altri materiali critici. Queste tecnologie le applichiamo poi anche ad altre filiere, come per esempio quella del recupero dei pannelli fotovoltaici a fine vita».
La sperimentazione nella prevenzione del cancro
La ricerca come missione, che negli anni ha permesso a Re-Cord di sviluppare e brevettare tecnologie capaci di soddisfare richieste provenienti da ambiti molto diversi. Rende bene l’idea il progetto regionale “Magic” che vede impegnati, con il coordinamento dell’Università di Firenze, il consorzio, l’Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (Ispro) e l’Università di Siena. Niente carburanti sostenibili o fanghi urbani in questo caso, ma una sperimentazione sulle cellule tumorali utilizzando materiali riciclati a livello locale. Da una parte ci sono gli acidi grassi a catena corta, noti per essere un elemento di prevenzione del cancro al colon, «che vengono sviluppati da un’azienda di Firenze, la Glyco, e impiegati solitamente nella mangimistica animale», spiega Chiaramonti.
Dall’altra c’è invece il “biochair”, materiale carbonioso con «porosità e caratteristiche mirate, fatto cioè ad hoc per trasportare queste molecole all’interno delle cavie di laboratorio. Forse siamo gli unici al mondo ad aver intrapreso questa linea di ricerca». Un lavoro all’avanguardia, finito più volte sulle riviste scientifiche, che sembra l’inizio di un lungo percorso. «Abbiamo poi altre idee per andare ad aggredire con tecniche simili, ma non esattamente uguali, altre malattie che costano molto la società, tipo le malattie metaboliche e il diabete. Con l’obiettivo – spiega Chiaramonti – di andare a prevenire l’insorgere di queste malattie attraverso l’impiego di questi materiali molto originali che vengono dall’economia circolare».
Ventisei profili qualificati e una nuova sede a Pontassieve
Re-Cord è prezioso anche per il lavoro qualificato che genera. «Sono ventisei i ricercatori in forze al consorzio, tutti assegnisti di ricerca e post-dottorandi, tutti molto qualificati e di cui siamo molto contenti. Sono rimasti in Toscana a fare un lavoro interessante di dimensione internazionale». Dopo sedici anni di attività a Scarperia, sono poi in corso i lavori per la costruzione della nuova sede di Pontassieve. «I lavori sono in corso ma presumo che entro il 2027 la nuova sede sarà pronta e il consorzio si sposterà nel Comune di Pontassieve. Siamo cresciuti molto e il consorzio è diventata una realtà impegnativa da tenere in piedi – racconta Chiaramonti – abbiamo bisogno di più spazio per gli impianti e per altre esigenze logistiche. Ringraziamo il comune di Scarperia e San Piero che ci ha ospitato così bene negli anni passati».

Un cambio di mentalità necessario
La ricerca rimane però fine a se stessa se non è guidata da una filosofia, da un’impronta originaria che determina tutto il percorso successivo. Quell’impronta è tridimensionale: rigenerazione, recupero, riuso. «Un rifiuto è un rifiuto fino al momento in cui non si capisce che può essere una risorsa. Parlo da ricercatore, ovviamente, ma basta considerare l’esempio più banale, quello dell’olio fritto: un tempo dovevamo pagare per smaltirlo, con le normative sui carburanti rinnovabili di oggi invece è la materia prima più ricercata. Quindi noi nei rifiuti e nei loro residui vediamo un potenziale enorme. Il rifiuto è una risorsa e se rimane rifiuto è solo perché siamo incapaci di estrarre valore da quel materiale. E se siamo incapaci, allora dobbiamo muoverci e sviluppare delle soluzioni che ci consentano di tirar fuori il valore che ha. Serve un cambio di mentalità perché la direzione intrapresa è quella. Poi ovviamente questa è una visione ideale, siamo ingegneri e ci rendiamo conto che la scienza ha dei limiti, ma il termine “smaltimento” secondo me non dovrebbe nemmeno più esistere in futuro». (2-continua)
Alessandro Pattume