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08 maggio 2026

“Polo energetico toscano? A Piancastagnaio c’è già da 40 anni”

L’ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini, ora assessore nel comune dell’Amiata, risponde a Buti, Casini Benvenuti e Petretto.

Pierluigi Piccini

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Marco Buti, Stefano Casini Benvenuti e Alessandro Petretto hanno pubblicato su T24 un articolo lucido e coraggioso. La tesi è giusta: la Toscana deve investire nella geotermia come infrastruttura strategica di reindustrializzazione, costruire un polo energetico di rilevanza nazionale, smettere di trattare le rinnovabili come opzione ideologica. Sottoscrivo ogni parola.

C’è però un piccolo problema. I tre autori scrivono come se questa realtà fosse ancora da costruire. Come se il laboratorio che invocano fosse un progetto del futuro. Ebbene: quel laboratorio esiste. Ha sede a Piancastagnaio, sulla schiena del Monte Amiata, e funziona da quarant’anni.

Floramiata: quando nessuno parlava ancora di transizione energetica

Alla fine degli anni Settanta, su progetto dell’ENI, nasce a Piancastagnaio — in località Casa del Corto — la Floramiata. L’idea era semplice e visionaria al tempo stesso: usare il calore residuale delle centrali geotermoelettriche di Enel per riscaldare serre. Non disperso nell’aria, non sprecato: il vapore che aveva già prodotto elettricità veniva restituito alla terra sotto forma di calore utile, per far crescere piante ornamentali tropicali a 600 metri di quota sull’Amiata senese.

Oggi Floramiata riscalda oltre 27 ettari di serre — 200.000 metri quadri coperti — ricevendo circa 175.000 MWh termici annui dalla centrale PC3 di Enel Green Power, a un prezzo pari a circa un decimo del costo dei combustibili fossili equivalenti. Il risparmio ambientale si traduce in circa 50.000 tonnellate di CO₂ non immesse in atmosfera ogni anno, e in circa 9.570 tonnellate di gasolio non bruciate. Cento dipendenti, tre milioni di piante l’anno.

Quando Buti, Casini Benvenuti e Petretto scrivono che la Toscana “dispone di una fonte energetica rinnovabile e continua qual è quella geotermica” da valorizzare meglio, Floramiata risponde semplicemente: noi lo facciamo da quando non esisteva ancora il concetto di green deal.

Un distretto industriale che usa il calore come infrastruttura comune

Il modello non si è fermato a Floramiata. A Piancastagnaio la geotermia è diventata progressivamente l’infrastruttura energetica di un intero distretto produttivo. L’area artigianale La Rota ha ottenuto il teleriscaldamento geotermico nel 2017. Casa del Corto nel 2019. Il capoluogo residenziale nel 2022, con un primo stralcio già allacciato a 355 utenze private e sei pubbliche, e un secondo stralcio che porterà la rete a circa mille utenze, rendendo Piancastagnaio il primo centro abitato dell’Amiata senese completamente carbon free per il riscaldamento.

A queste realtà si aggiunge oggi Prada, che utilizza già il calore geotermico nella propria produzione manifatturiera. E a breve si aggiungeranno Stosa e Saviola, due realtà industriali di peso che stanno completando l’iter di allaccio alla rete. Non si tratta di piccole sperimentazioni: si tratta di un’economia territoriale che ha fatto del cascame termico geotermico — energia residuale che altrimenti si disperderebbe nell’atmosfera — il proprio vantaggio competitivo strutturale.

La CO2 che diventa risorsa: Nippon Gases e la chiusura del cerchio

Ma la storia non finisce con il calore. Nippon Gases, in partnership industriale esclusiva con Enel Green Power, sta realizzando a Piancastagnaio un impianto di riutilizzo, purificazione e liquefazione della CO₂ naturalmente presente nei fluidi geotermici, in uscita dalle centrali elettriche. L’impianto — la cui entrata in funzione è prevista per l’ottobre 2025 — intercetterà le emissioni di CO₂ prima che vengano rilasciate in atmosfera, trasformandole in gas tecnici per usi industriali, dall’industria alimentare alla refrigerazione, con un duplice beneficio: riduzione dell’impronta carbonica e creazione di nuove filiere produttive. La CO₂ catturata coprirà circa il 30% della domanda nazionale di questo gas per usi alimentari, industriali e farmaceutici. È economia circolare nella sua forma più concreta: il sottoprodotto di un processo energetico diventa materia prima per un altro settore produttivo.

La PC6 e il futuro che si costruisce adesso

Accanto all’impianto Nippon Gases, è in corso l’iter per la realizzazione della nuova centrale PC6 da 20 MW, parte del piano trentennale concordato tra Regione Toscana ed Enel Green Power per il rinnovo ventennale delle concessioni geotermiche, che prevede investimenti complessivi per 3 miliardi di euro e compensazioni ai territori per 400 milioni, la metà dei quali destinata all’Amiata. Una nuova centrale non è solo potenza installata in più: è infrastruttura per allargare la rete di teleriscaldamento, per rendere disponibile più calore alle imprese del distretto, per agganciare alla geotermia altri insediamenti produttivi oggi ancora dipendenti dai combustibili fossili.

Il punto che gli economisti non vedono

L’articolo di T24 invoca, giustamente, una nuova politica industriale che “parta dalla maggiore valorizzazione delle risorse del territorio.” Ma il territorio dell’Amiata senese quella politica l’ha già praticata, concretamente, senza aspettare che la politica nazionale se ne accorgesse.

Il problema non è che manchi il modello. Il problema è che il modello non viene riconosciuto, capitalizzato, replicato. I fondi strutturali, le politiche regionali di reindustrializzazione, i grandi piani nazionali di transizione energetica continuano a guardare altrove — ai grandi hub, alle metropoli, ai corridoi ad alta visibilità — mentre sui territori interni montani si sperimenta da decenni quello che altrove si propone come innovazione.

La “sindrome della paralisi strutturale” che Buti, Casini Benvenuti e Petretto attribuiscono alla politica economica vale anche per la ricerca economica. Quando si ragiona di polo energetico toscano, Piancastagnaio dovrebbe essere il primo caso di studio, non un’assenza.

Un’ultima nota

La geotermia dell’Amiata non è solo energia. È storia mineraria trasformata in economia circolare. È la risposta concreta — data quarant’anni fa, non annunciata per il futuro — a quella domanda che oggi lo shock di Hormuz rende urgente: come si produce senza dipendere dall’estero, come si riscalda senza bruciare, come si industrializza senza devastare. Geotermia che scalda le serre, geotermia che riscalda le case, geotermia che alimenta le fabbriche, geotermia che cattura la propria CO₂ e la trasforma in prodotto commerciale, geotermia che si espande con nuove centrali.

Il polo energetico nazionale di cui scrivono i tre economisti esiste già. Aspetta solo di essere riconosciuto.

Pierluigi Piccini è assessore all’Urbanistica e alla Cultura del Comune di Piancastagnaio

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Pierluigi Piccini

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