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03 marzo 2026

L’Irpet e la guerra all’Iran: “Gioielli e oro, farmaci e macchinari i settori toscani a maggior rischio”

Il direttore Sciclone: la penisola araba vale il 5% dell’export. Con il petrolio alle stelle in pericolo anche il turismo.

Bombardamento a Teheran

Bombardamento a Teheran

Il 5 percento delle esportazioni toscane finisce nella penisola araba. Quasi tre miliardi di euro di affari che adesso il conflitto in Medio Oriente mette a repentaglio. Abbiamo chiesto al direttore di Irpet Nicola Sciclone quali settori sono più coinvolti e quali scenari si aprono per l’economia toscana.

Quali effetti potrebbe avere questa guerra sull’economia toscana?

«Siamo sul piano delle ipotesi ma quello che si può dire è che questi paesi coinvolti nel conflitto, in minima parte l’Iran e soprattutto gli altri paesi della Penisola Araba, valgono il 5% delle nostre esportazioni. Sono in gioco circa 2,8 miliardi di euro all’anno».

Quali sono i comparti più colpiti?

«Noi esportiamo in queste zone prevalentemente gioielli e metalli preziosi: valgono circa l’1,5% delle nostre esportazioni. Sono beni di lusso e più che dall’Iran, con cui abbiamo pochi rapporti commerciali, vengono a comprarli dalla Penisola Araba. Poi abbiamo l’1,2% di medicinali e, tra quelli più significativi, uno 0,9 per cento di esportazioni di macchinari. La turbolenza su questa quota di export potrebbe essere una prima ripercussione della guerra sulla Toscana, ma c’è un aspetto che riguarda l’economia nel suo complesso che potrebbe manifestarsi su altri canali».

Entriamo nel dettaglio: quali sono?

«Il primo è quello dei rincari del petrolio e del gas che potrebbero portare a un aumento dell’inflazione e creare diversi problemi, soprattutto una compressione dei margini di guadagno per le imprese a maggior consumo di energia. La chimica, la lavorazione dei materiali e certamente tutti i settori legati alla logistica potrebbero essere coinvolti. Il secondo canale riguarda un ulteriore effetto, quello legato alle relazioni commerciali: l’export e l’import via mare potrebbero diventare più lenti e costosi».

E qui si aprirebbe un altro scenario.

«In questi momenti non bisogna fare scenari solo pessimistici ma bisogna comunque valutarli e seguirli nel tempo. In quest’ultimo caso si aprirebbe una fase di incertezza e di tensione e potrebbero esserci delle conseguenze anche sul costo del denaro. Le banche potrebbero effettivamente reagire con un rialzo del costo del denaro di fronte ad un rialzo dei prezzi. E questo renderebbe la vita difficile alle imprese: avere accesso al credito diventerebbe più difficile».

Le conseguenze reali dipenderanno anche dalla durata di questa crisi?

«Certo. Se questa crisi avrà una soluzione abbastanza rapida, gli impatti potranno essere molto contenuti. Se invece ci sarà una propagazione del conflitto nelle aree vicine e anche una durata più estesa nel tempo, allora i suoi effetti potranno essere molto più rilevanti. Anche se è difficile fare un’analisi oggi, di certo questi sono tutti elementi che aumentano le tensioni già in atto e non sono elementi di accelerazione del ciclo economico».

A livello di importazioni invece, quali potrebbero essere gli effetti?

«Il dato delle importazioni è molto più difficile da monitorare. Chiaramente importiamo petrolio ma la sua importazione passa dalle grandi imprese petrolifere che acquistano, importano e solo successivamente distribuiscono. Sono dati meno interpretabili».

Quali effetti potrebbero esserci sul turismo?

«Effettivamente, un altro elemento che potrebbe essere colpito è il turismo. Intanto è chiaro che con l’aumento del costo del petrolio, del gas e dell’energia in generale, i trasporti diventerebbero molto più cari. Questo potrebbe frenare alcuni flussi e quindi, unendosi anche a una percezione di maggior rischio, spostare un po’ al ribasso la domanda turistica».

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