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24 febbraio 2026

“I nuovi dazi Usa? Non è questo il principale problema delle aziende”

Federico Albini, manager del colosso di spedizioni di famiglia, spiega l’impatto delle tariffe decise da Trump dopo la bocciatura della Corte Suprema.

Silvia Pieraccini
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L’annuncio del presidente americano Donald Trump di applicare nuovi dazi globali al 15%, dopo la bocciatura di quelli “vecchi” da parte della Corte Suprema, preoccupa (anche) le aziende toscane, ma fino a un certo punto. “A preoccupare le aziende sono soprattutto i consumi stagnanti, la Cina che compra meno, le guerre che creano instabilità: i dazi aggiungono incertezza, certo, ma non sono il problema principale”, spiega Federico Albini, managing director della Albini & Pitigliani spa, gruppo familiare fondato nel 1945 a Prato, uno dei più grandi operatori italiani nella logistica e nelle spedizioni, e presidente della sezione Trasporti e logistica di Confindustria Toscana nord.

Albini, quale sarà l’impatto dei nuovi dazi sulle spedizioni verso gli Stati Uniti?

Per l’Europa cambierà poco, visto che avevamo già i dazi al 15%. Ora, essendo stati uniformati al 15% a livello mondiale, tutti i Paesi sono messi sullo stesso piano: non ci sarà un Paese avvantaggiato rispetto a un altro, come era ad esempio il Regno Unito che finora pagava tariffe al 10%. La competizione in Europa sarà alla pari, almeno per 150 giorni (il tempo in cui resteranno in vigore i nuovi dazi, ndr). E non dimentichiamo che ci sono una serie di prodotti che non vengono colpiti dai nuovi dazi, ma restano soggetti a tariffe diverse, come automotive, mobili e legno, farmaceutico, acciaio e alluminio.

Ma cosa accadrà fuori dall’Europa? Molti Paesi ora vedranno scendere i dazi, e potranno esportare in Usa a tariffe più convenienti…..

Se penso al Brasile, posso dire che i loro prodotti non sono in concorrenza con i nostri. La Cina è un punto interrogativo, ma sono orientato a pensare che il nostro made in Italy non avrà contraccolpi. Si vive alla giornata, è vero, ma io resto ottimista.

Come stanno reagendo le aziende di fronte ai nuovi dazi? Hanno bloccato le spedizioni in attesa di capire meglio o hanno allargato le braccia perché ormai sono rassegnate?

Al momento continuano a fare i conti con un contesto incerto, che è il peggior nemico di chi fa impresa. Ma lo ripeto: i dazi non sono il problema principale.

Il vostro gruppo non ha diminuito le spedizioni a causa dei dazi?

No, guardi, negli ultimi sei mesi non abbiamo ridotto le spedizioni, in linea con quanto afferma per il settore la federazione degli spedizionieri. Chiuderemo il 2025 sugli stessi livelli di fatturato dell’anno precedente, 252 milioni di euro per Albini & Pitigliani, 650 milioni a livello consolidato. Abbiamo otto filiali in Italia e 45 società del Gruppo Alpi nel mondo, con 1.800 dipendenti di cui 400 in Italia. I dazi creano incertezza ma a livello operativo abbiamo avuto più problemi quando hanno chiuso il canale di Suez.

Quali sono i settori più colpiti da questa incertezza che ha invaso i mercati?

Il tessile e l’abbigliamento. Ma la moda ha problemi a prescindere dai dazi.

Qual è il peso del vostro business in Usa?

Per noi gli Stati Uniti sono strategici: Albini & Pitigliani Usa è presente con nove uffici tra New York, Boston, Atlanta, Los Angeles, Chicago, Texas, San Juan, San Francisco. 

Soffrono di più le spedizioni marittime o quelle aeree e su gomma?

In verità grande sofferenza, come dicevo, non l’abbiamo percepita, come dimostra l’export dell’Italia che è cresciuto di 20 miliardi, +3,3%, nel 2025.

Quindi voi, che siete un termometro dell’export, non state riorganizzandovi per far fronte a questo valzer dei dazi?

No, al momento non abbiamo messo in atto alcuna particolare strategia, continuiamo a lavorare come sempre.

Federico Albini, managing director Albini & Pitigliani
Autore:

Silvia Pieraccini

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