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09 febbraio 2026

Reindustrializzare la Toscana, ora passare all’azione

Appello di Marco Buti a Regione, imprenditori e categorie a sei mesi dalla pubblicazione del Manifesto

Marco Buti
Marco Buti, titolare della Cattedra Tommaso Padoa-Schioppa all’Istituto Universitario Europeo, uno dei tre estensori del Manifesto per reindustrializzare la Toscana

Marco Buti, titolare della Cattedra Tommaso Padoa-Schioppa all’Istituto Universitario Europeo, uno dei tre estensori del Manifesto per reindustrializzare la Toscana

L’architettura dell’economia globale sta attraversando una metamorfosi profonda che obbliga l’Europa, e l’Italia in particolare, a ripensare radicalmente il proprio posizionamento strategico. Come abbiamo sottolineato nel Manifesto sulla reindustrializzazione della Toscana – esteso poi ad altre realtà regionali nell’ebook pubblicato dall’Istituto Universitario Europeo, a cura di Casini Benvenuti, Petretto e di chi scrive – una strategia efficace di reindustrializzazione non può essere calata dall’alto, ma deve partire dal ripensamento dei vantaggi comparati territoriali. A quasi sei mesi dalla pubblicazione del Manifesto, possiamo dire che l’analisi e le proposte lì contenute si confermano di grande attualità.

A livello geopolitico, l’imprevedibilità dell’amministrazione Trump e il riposizionamento commerciale della Cina minacciano l’economia italiana e, più in particolare, quella toscana che è fra le più esposte sia dal lato dell’import che dell’export. Sul piano economico, la crescita debole “a K” dell’economia regionale (con alcuni settori che prosperano e altri che si avvitano nella crisi) rischia di fragilizzare il tessuto economico-sociale.

Per disegnare le buone risposte, è importante una diagnosi corretta della trappola della crescita “estensiva” che caratterizza l’economia toscana. È importante capire cosa questa combinazione di bassa produttività e bassi salari non è: non è una situazione passeggera (l’incertezza e le debolezze strutturali non scompariranno), non è un naturale spostamento dalla manifattura ai servizi (il rischio è la deindustrializzazione assoluta, non quella relativa) e non è il risultato del conflitto fra capitale e lavoro (anche la remunerazione del capitale resta bassa).

Tradizionalmente, la forza dell’economia toscana è risieduta nei suoi distretti storici: dalla pelletteria di Scandicci al tessile di Prato, dalla farmaceutica fiorentina e senese alla cartaria di Lucca. Rilanciare i distretti significa ripensare i fattori ‘pervasivi’ della competitività e ridurre le fragilità delle catene del valore.

Due dei fattori alla base della competitività sono l’intelligenza artificiale e l’energia. Sulla prima, gli investimenti delle grandi imprese presenti sul territorio possono riverberarsi positivamente sul resto del tessuto imprenditoriale: va però affrontato il problema della diffusione dell’innovazione che, come dimostrano studi dell’Ocse, costituisce una debolezza dell’economia europea, forse più importante della creazione e della produzione di nuove tecnologie. Sull’energia, resta da sfruttare pienamente la geotermia: qui il collo di bottiglia non è la disponibilità della tecnologia all’avanguardia, che esiste in Toscana, ma gli ostacoli che si frappongono all’autorizzazione di nuovi impianti. Siamo vittime di una sindrome NIMBY portata al parossismo anche in presenza di impianti a basso impatto ambientale (e “estetico”).

Per decenni, il mantra della massimizzazione dell’efficienza ha spinto le imprese verso “lunghe” catene del valore, ma gli shock geopolitici hanno messo a nudo la vulnerabilità di questo modello. Oggi, la necessità di accorciare le filiere attraverso il reshoring e il friend-shoring non è più solo una scelta aziendale, ma un imperativo di sicurezza strategica. Le politiche industriali devono aiutare ad accorciare le catene del valore, sia a monte (sostituzione dell’import) che a valle (diversificazione dei mercati di sbocco). Le imprese vanno aiutate a sfruttare i nuovi accordi dell’Unione europea con il Mercosur, l’Indonesia, l’India, l’Australia. Accorciare le filiere diventa così un processo dove la prossimità geografica dei fornitori toscani riduce i rischi logistici e l’impatto ambientale, garantendo una tracciabilità e una sostenibilità che i mercati globali oggi richiedono.

Il nuovo partenariato che proponiamo nel Manifesto combina diffusione dei fattori ‘pervasivi’ della competitività e accorciamento delle catene del valore. Dicano le grandi imprese come diffondere i vantaggi dell’intelligenza artificiale al resto dell’economia. Dicano gli imprenditori alla frontiera dell’innovazione quali colli di bottiglia hanno dovuto affrontare e i vincoli alla ulteriore crescita della loro impresa. Ci dica la Regione che strategia concreta ha per superare gli ostacoli autorizzativi. E ci dicano le categorie cosa è necessario affinché l’accorciamento a monte e a valle delle catene del valore avvenga davvero. Non è tutto, ma la nuova politica industriale può partire da qui.

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Marco Buti

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