Lapo Baroncelli, presidente di Confindustria Toscana Centro e Costa
Lapo Baroncelli, 43 anni, è da poco più di un mese presidente di Confindustria Toscana Centro e Costa. Ha ereditato il timone degli industriali di Firenze, Livorno e Massa Carrara in un momento a dir poco problematico per l’economia italiana e in particolare per quella toscana: una ragione in più per premere il pedale sull’acceleratore: “La Toscana è a un bivio, essere ancora una regione attrattiva per l’industria o non esserlo più”.
Poche volte nella storia recente la situazione economica e geopolitica in cui operano le imprese è stata così complicata: è più preoccupato o motivato?
“Sono molto preoccupato per le aziende che si trovano in questa bufera, con cambiamenti repentini anche giornalieri. Allo stesso tempo penso che da periodi così difficili possono nascere opportunità e prospettive per le imprese”.
La sensazione è che questo ulteriore choc renda ancor più evidente la modificazione strutturale dell’economia toscana, caratterizzata da settori “maturi” in difficoltà ma anche da grandi opportunità in settori tecnologici e scientifici: si pensi ad esempio alle ottime performance del settore farmaceutico e di quello tech…
“Sì, è così anche a livello italiano. Sono cambiate strutturalmente le abitudini dei consumatori e il mondo produttivo è impegnato a riallinearsi”.
L’energia in Italia costa il quadruplo che in Spagna. Paghiamo anni di non scelte?
“La sensazione è che non ci sia la volontà politica di trovare una vera soluzione alternativa al problema dei costi energetici. Le nostre imprese devono competere con le imprese di altri Paesi europei partendo da un handicap enorme, una guerra impari. Veramente è il momento di parlare di energia rinnovabile e soprattutto di nucleare”.
A quale nucleare allude?
“A quello di ultima generazione. Lo stesso nucleare che abbiamo poco oltre fuori i nostri confini, in Francia. Serve una visione e una strategia di sistema. In Italia siamo ancora a dibattere senza venga consentito alla comunità scientifica di convincere chi giustamente ha preoccupazioni. Nessun governo finora ha avuto il coraggio di mettere in piedi una politica per il nucleare. Una visione di Paese non può prescindere né dal nucleare né dalle rinnovabili, sulle quali poi si apre anche una riflessione locale”.
In Toscana le fonti rinnovabili non mancano, ma vengono contrastate da posizioni localistiche o ideologiche…
“Il tempo dei No a prescindere è finito. Faccio un esempio. In Toscana ci sono grandi superfici che venivano un tempo coltivate e che adesso sono inutilizzate: perché non pensare di adibire questi spazi alla produzione di energia alternativa? Non “contro” i territori, ma “con” i territori. Questa sì che sarebbe una politica per l’autonomia energetica”.
L’oro energetico della Toscana è la geotermia: la sfruttiamo a dovere? “T24” ha raccolto diversi pareri competenti che considerano questa risorsa sottoutilizzata.
“Concordo. Nelle aree geotermiche potremmo avere stabilimenti produttivi con energia a prezzi calmierati ma non li abbiamo. E così torniamo al punto secondo me centrale che è quello della pianificazione. Il destino industriale di un territorio è strettamente collegato alla sua pianificazione amministrativa”.
Il decreto bollette è sufficiente?
“Sono palliativi senza una visione a lungo termine. Servono misure più strutturali sul costo dell’energia, con una strategia più ampia e strutturata. L’Italia sconta una mancanza di visione strategica ormai da 40 anni: si pensa più al consenso elettorale del giorno dopo che all’idea di Paese da lasciare alle nuove generazioni”.
La reindustrializzazione della Toscana è il focus del suo mandato. A quali iniziative pensa?
“Non dobbiamo stravolgere l’assetto del territorio. Dobbiamo stravolgere le modalità di azione. E adottare un sistema che metta insieme le istituzioni, dagli enti territoriali alle sovrintendenze, con un obiettivo comune ambizioso: individuare aree periferiche marginali da proporre per investimenti industriali a basso costo e a prezzo calmierato, andando a modificare norme sui volumi zero che per certe aree non hanno senso. Mi riferisco, ad esempio, ad aree periferiche della Città metropolitana fiorentina. Questo ci consentirebbe di portare nuove aziende e nuovi lavoratori”.
A Firenze il binomio industria-turismo può reggere ancora?
“Deve reggere. Il turismo è importante ma il territorio vive soprattutto di industria. Il turismo purtroppo è percepito negativamente da chi frequenta il centro della città, bisogna avere il coraggio di alzarne il livello e la qualità”.
Trovare una casa a prezzi accessibili a Firenze è praticamente impossibile: fino al 60% del salario se ne va nell’affitto, così dice l’ultimo report dell’Irpet. La proposta di trovare aree per costruire alloggi per i lavoratori da lei lanciata ha raccolto molti consensi. A che punto siamo?
“Stiamo lavorando concretamente, sia sulle aree che sui soggetti da coinvolgere. Gli investimenti richiesti sono importanti. Il tema vero è che non si può pensare che chi investe in alloggi a prezzo calmierato lo faccia con un orizzonte temporale lunghissimo. L’investimento può essere compresso nel rendimento ma deve avere un ritorno in tempi non lunghi”.
C’è già qualche ipotesi operativa?
“Stiamo prendendo in esame alcune aree della cintura metropolitana fiorentina. Più nei comuni dell’area che a Firenze”.
A Livorno il progetto della Darsena Europa è prigioniero di anni di lungaggini amministrative e burocratiche, tempi lunghi che potrebbero scoraggiare gli investimenti dei soggetti che si sono proposti. Qual è il suo auspicio?
“Che si faccia presto a sbrogliare i nodi e che questa operazione non abbia lo stesso destino temporale che ha avuto quella per il potenziamento dell’aeroporto di Firenze. Confido molto nell’impegno della Regione. Se facciamo la Darsena Europa non è pensabile che non sia collegata alla Fi-Pi-Li. E’ prioritario avere una retroportualità adeguata alla crescita di un porto che sarà un hub fra i più importanti del Mediterraneo. Deve essere collegato alle principali direttrici europee. Anche in questo caso serve la pianificazione”.
Aeroporto di Peretola: in seno agli organi della Camera di commercio è emerso un orientamento di massima a costituirsi nei ricorsi presentati al Tar contro la nuova pista. Cosa ne pensa?
“Faccio parte della giunta camerale e posso dire che io sono d’accordo con l’idea di costituirsi nel giudizio. Sono ricorsi che non hanno una base scientifica ed è giusto che il mondo economico si faccia sentire. La nuova pista serve alla Toscana. Talvolta ho la sensazione che non si sia colto in pieno che la società proponente investirà centinaia di milioni non solo nell’infrastruttura ma anche nelle compensazioni ambientali”.
La legge regionale sulle cave è contestata dagli imprenditori del distretto del marmo di Massa Carrara per varie ragioni. Il vincolo a realizzare in loco il 50% delle lavorazioni viene considerato irrealistico e rischia far perdere competitività al distretto lapideo. Tra l’altro il governo ha impugnato la legge davanti alla Corte Costituzionale. E’ auspicabile che la Regione ci ripensi?
“E’ interesse di tutto il territorio di Massa Carrara la tutela delle imprese del marmo. Spero che termini la fase storica dei ricorsi e dei controricorsi perché non ce la possiamo più permettere. Il marmo è importante per l’economia del territorio, ma non dimentichiamo anche il settore della metalmeccanica che in termini di addetti vale il 48% del manifatturiero; e poi c’è il turismo, il porto, la nautica”.
A Piombino il rigassificatore deve restare? E per quanto tempo?
“Deve restare per tutto il tempo che serve, perché è un’infrastruttura importantissima per l’intero Paese e, nello specifico, per il territorio di Piombino dove sono previsti ingenti investimenti stranieri. Può essere una leva di attrattività”.
Baroncelli, lei presiede un’associazione che è il risultato della fusione tra Confindustria Firenze e Confindustria Livorno Massa Carrara. Il processo di aggregazione tra associazioni territoriali degli industriali proseguirà?
“E’ un processo che deve proseguire. L’augurio che dobbiamo farci tutti è di arrivare a una sola Confindustria che è quella toscana: non ha senso che ci siano più associazioni di Confindustria in una regione, e questo vale sia per la Toscana che per l’Italia. L’unione delle forze per avere più peso è determinante”.
E quali sono gli ostacoli al processo di aggregazione? Pesano le rivalità campanilistiche?
“Sicuramente in Toscana il campanilismo ha un peso. Ma incide di più, a mio parere, la mentalità tipica per la quale mettersi insieme significa perdere un pezzo di sovranità. Mettersi insieme invece rende più forti, anche se la quota di sovranità è minore”.
Come intende gestire il suo mandato e in cosa vorrebbe caratterizzarlo?
“Sicuramente nel riuscire a mettere a terra i progetti e non solo a dichiararli: meglio poche idee ma concrete rispetto a tante che restano però solo discorsi e titoli di giornale”.
In definitiva, la Toscana è un posto dove ancora si può fare industria oppure non lo è più? Cosa direbbe a un investitore straniero?
“La Toscana è un posto dove siamo a giunti a un bivio: continuare a essere attrattivi oppure non esserlo più. E’ una situazione molto delicata che richiede l’impegno di tutte le forze della nostra regione, senza alcuna distinzione”.
Cristiano Meoni